Oltre il tempo  

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martedì, 13 novembre 2007


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giovedì, 12 ottobre 2006


Secondo una ricerca Yahoo! la vita per noi occidentali-emancipati ai tempi di Internet, quando si è lontani dalla Rete, può essere un inferno: difficile resistere più di due settimane senza collegarsi al web. Due società leader nel campo dei media, la Yahoo! e l'agenzia pubblicitaria Omd, hanno presentato alla recente settimana della pubblicità di New York i dati di una ricerca che lo dimostra. La ricerca ha fotografato 28 navigatori di Internet presi dai quattro angoli degli USA: condannati, ai fini dell'esperimento, a restare per settimane lontani dalla Rete, offline, come si dice in gergo. Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato di non poter stare disconnesso per più di due settimane, ma, in base alle prime rivelazioni delle cavie, si comincia a star male in media dopo cinque giorni. Dopo circa una settimana si fanno vivi i primi sintomi di crisi d'astinenza da Rete: confusione, perdita di orientamento, frustrazione. ''La Rete occupa buona parte della mia vita. Ogni giorno senza Internet è frustrante'', spiega una delle partecipanti all' esperimento. E un' altra cavia, che ricorre a Internet per stare in contatto con gli amici, ha detto che, senza web, si sente ''tagliata fuori dal giro''. ''In soli dieci anni di utilizzo di massa, Internet ha irreversibilmente cambiato le abitudini dei consumatori'', commenta Wendy Harris Millard di Yahoo!. La prospettiva di un periodo senza Rete spaventa talmente tanto che non è stato facile reclutare le cavie per l'esperimento. La ricerca è stata condotta attraverso video-diari e testimonianze scritte, in cui i partecipanti confessavano agli osservatori i loro stati d'animo e i cambiamenti nel rapporto con la realtà quotidiana. ''Disorientata'' si è detta la maggior parte degli intervistati, come chi perde la bussola necessaria per muoversi nella vita reale. Infatti Internet non serve solo per comunicare o lavorare, per lanciare le proprie poesie custodite in una bottiglia nel mare infinito del web, per 'credere' di esserci, per promuovere il proprio nick o il proprio nome, ma anche per sapere quale marca di macchina fotografica è più conveniente, per trovare un indirizzo o per prenotare un viaggio. L'alternativa di usare un supporto cartaceo per ottenere le stesse informazioni (una mappa stradale o un elenco telefonico, ad esempio), non viene neppure in mente agli internauti. Per loro Internet aumenta la qualità dell' esistenza, la democratizza maggiormente, la libera, la rende più accettabile e il ''Digital Divide'', ovvero le differenze di stile di vita tra chi ha l'accesso al web e chi no, esiste davvero. Lo dimostra una seconda ricerca ordinata da Yahoo! e Omd sui comportamenti di un migliaio di utenti di Internet. Lo studio rivela che, per i tre quarti, la Rete è uno strumento per risparmiare, comprare meglio, godere di migliori servizi, infine 'vivere' come si deve. Tre sono i punti evidenziati dai ricercatori. Primo, la Rete è il 'lenzuolo protettivo', dà sicurezza, dà risposte rapide (e a quanto pare l'eccesso di 'informazione' non spaventa), quindi dà conforto per ogni ansia o dubbio. Secondo, è anche un luogo di ritrovo, tanto che le cavie condannate a stare alla larga da e-mail, chat-line, gruppi e blog si sono sentite sole al mondo. Infine, il web è l'angolino che ogni impiegato costretto a una scrivania può ritagliarsi senza perdere in efficienza: il sostituto virtuale della macchina del caffè o della ormai sorpassata e condannata pausa sigaretta. Inutile quindi dire che le forme di dipendenza da Internet sono in aumento e destano un notevole allarme sociale: si rifiuta la vita socio-relazionale e ci si isola da tutto. L' unica forma di comunicazione avviene mediante l' utilizzo di dispositivi elettronici. Quando ti svegli la notte per controllare l' e-mail, quando si rompe il computer e quasi impazzisci, quando non ti va più di uscire di casa perché vuoi stare davanti al computer... a questo punto forse è arrivato il momento di farsi curare, perché quelli sopra descritti sono i sintomi dell' Internet Addiction Disorder, ossia del Disturbo da Internet Dipendenza. L' espressione IAD, Internet Addiction Disorder, è stata introdotta nel 1995 dal dottor Ivan Goldberg, psichiatra americano, il quale, con la parola addiction, si riferiva a una dipendenza patologica, ossia a una ricerca reiterata di una forma di piacere che crea disagio per dipendenza. Il dottor Ivan Goldberg riteneva che l' errato uso di Internet causasse danni clinicamente significativi. In Italia si è iniziato a parlare di dipendenza da Internet nel 1997, quando è stata introdotta l'espressione IRP, Internet Related Psychopathology, che gli psichiatri definiscono come una serie di disturbi che appartengono a una più ampia categoria di patologie. Tra questi disturbi ricordiamo la dipendenza dal gioco d'azzardo on-line, la dipendenza da cyber-relazioni e la dipendenza da una quantità eccessiva di informazioni. In tal senso si segnalano due tappe del percorso che conduce alla Rete-dipendenza: 1) fase tossicofila, caratterizzata dall' aumento delle ore di collegamento a Internet, con conseguente perdita di ore di sonno, controlli ripetuti di e-mail e siti preferiti, elevata frequentazione di chat, di blog e gruppi di discussione, idee e fantasie ricorrenti su Internet quando si è off-line; 2) fase tossico-maniacale, a cui sono riconducibili collegamenti a Internet estremamente prolungati, al punto da mettere a rischio la propria vita sociale, affettiva, relazionale, lavorativa o di studio. I soggetti a rischio, riguardo tale ossessione, hanno un' età compresa tra i 15 e i 55 anni, hanno una buona o media conoscenza dell' informatica, spesso sono isolati per ragioni lavorative (es. turni notturni di lavoro) o geografiche, e, solitamente, presentano problemi psicologici, psichiatrici o familiari preesistenti alla Rete-dipendenza (tra questi problemi spiccano solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al lavoro, impotenza o frigidità sessuale, depressione, problemi finanziari, insicurezza dovuta all' aspetto fisico, ansia, lotta per uscire da altre dipendenze, vita sociale limitata, complessi e frustrazioni di vario genere e grado etc...). I sintomi più frequenti: ansia, insonnia, depressione, alterazione del ritmo sonno-veglia, distorsione del tempo, alterata percezione di sé stessi, disturbi della personalità, riduzione della capacità di relazione e del contatto con la realtà, perdita della capacità di limitare il tempo trascorso in Internet, a danno di ogni altro impegno, fino al punto di credersi vitali e importanti in base al come e al quanto si appare in Rete. E, di seguito, queste le tre fondamentali componenti della dipendenza da Internet: 1) aumento significativo del tempo trascorso in Internet per ottenere soddisfazione; riduzione significativa degli effetti derivanti dall' uso continuo delle medesime quantità di tempo trascorse in Internet; 2) agitazione psicomotoria; ansia; pensieri ossessivi focalizzati su cosa sta succedendo in Internet in loro assenza; fantasie e sogni su Internet; movimenti volontari e involontari di typing con le dita; 3) accesso a Internet sempre più frequente o per periodi di tempo più prolungati rispetto all' intenzione iniziale; desiderio persistente o sforzo infruttuoso di interrompere o tenere sotto controllo l' uso di Internet; dispendio della maggior parte del proprio tempo in attività correlate all' uso di Internet (acquisto di libri on-line, ricerca di nuovi siti, organizzazione di file, gestione di gruppi, blog o forum, etc...); deprivazione di sonno, difficoltà coniugali, ritardo agli appuntamenti, trascuratezza nei confronti dei propri doveri occupazionali, sensazione di abbandono da parte dei propri cari. Questi tratti, un tempo propriamente tipici della tossicodipendenza, dell' alcolismo, del gioco d' azzardo patologico (GAP), dell' attività sessuale maniacal-ossessiva e dell' anoressia, sono oggi riconoscibili anche in quei soggetti che fanno un uso eccessivo di Internet, per soddisfare, sul piano virtuale, quello che non riescono ad ottenere sul piano della realtà. Chi è affetto da tale forma di psicopatologia tende a percepire il mondo reale come un vero e proprio impedimento all' esercizio della propria onnipotenza, che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale. I soggetti che utilizzano la Rete in modo 'folle', oltre a non percepire l' ammontare di ore già trascorse davanti al monitor, tendono ad adirarsi facilmente con chi li distoglie dal loro viaggio virtuale; situazione, quest' ultima, che può essere paragonata alla risposta che un alcolista dà a un amico trovandosi a una festa: "soltanto un bicchierino!", o a quella del fumatore che dice a sé stesso "solo un' ultima sigaretta e andrò a dormire!"; lo stesso processo mentale viene messo in atto dai dipendenti da Internet, che risponderanno irritati, a chi gli chiede di disconnettersi, "ancora un minuto e spengo!", oppure diranno a sé stessi, razionalizzando, "un altro minuto non farà molta differenza...", mentre, invece, rimarranno connessi ancora per ore e ore. Tuttavia Internet non è né alcool, né nicotina, né eroina, né cocaina, pertanto, una volta compreso come tutto ciò possa trasformarsi in una grande perdita di tempo, dovrebbe essere possibile controllare l' utilizzo del computer e ritornare ad attività e a incontri reali molto più produttivi e appaganti.
Bene, in effetti quel che ho riportato finora corrisponde, a livello di massima, a ciò che sono giunto a pensare riguardo questo strumento-vetrina dopo anni che ormai lo uso-frequento. Sì, credo proprio che un' esperienza-stagione debba andarsi a chiudere definitivamente, cioè l'abbandonare la gestione di questo (glorioso, a parer mio) blog al fine di potermi dedicare ad altro (sia in Rete che fuori). Gian Ruggero Manzoni, quale blogger, ha ormai fatto il suo tempo, e ora, nel vero, si reca “Oltre il Tempo” per dare forma (si spera) a nuovi progetti. Inutile dilungarmi in bilanci, mi basta solo dire che fin quando una persona si dedica a un qualcosa, questo qualcosa gli sta dando linfa, ossigeno, idee, stimoli, soddisfazioni etc. (oppure, e meglio, ci crede… o pensa di crederci), quando 'molla' è perché è sopravvenuto una sorta di, definiamolo, disincanto. Il 'gioco' non emoziona più... e io, nonostante il mio passato turbinoso e i tanti palpiti vissuti, di emozioni ci campo ancora... come spero voi. Ovvio che seguirò i lavori di blog fratelli come quelli di Massimo Orgiazzi, di Gianfranco Fabbri, di Massimo Sannelli, di Matteo Fantuzzi, di Carla Astolfi etc. e dei tanti amici che qui ho conosciuto, incontrato o reincontrato, ma di mio reputo di aver già detto-dato molto in questa sede. Mai, e sono quasi 4 anni, ho abbandonato la posizione; mai mi sono tirato indietro... seppure un sabotaggio-oscuramento subito, infiniti assalti, minacce, varie incomprensioni, rapporti, sebbene nati virtualmente, terminati  bruscamente-violentemente-selvaggiamente, offese, scazzottature verbali, linciaggi e 'omicidi' in diretta, più un qualche pasto totemico e, a volte, il non essermi comportato eticamente-moralmente con la giusta correttezza... ma il 'gioco' lo richiedeva o, almeno, pensavo, da sciocco, che così fosse, con l'occhio sempre e follemente rivolto al contatore delle entrate (e a chi non è capitato?) perché girasse, perché nuova gente arrivasse ad 'abbeverarsi' alle mie parole, rispondesse alle mie provocazioni, subisse i miei deliri, creativamente e umanamente reagisse, in bene o in male, ma pur reagisse alle 'scosse' cultural-esistenziali che pensavo di inviare. Quindi la stanchezza. Il non credere, più, alla valenza di questo strumento (ultimamente oltremodo inflazionato). Il bisogno di altri linguaggi espressivi. Oppure, e meglio, la necessità di tornare a quelli naturali, diretti, a viso, a sguardo nello sguardo… cioè a quelli ‘reali’, non ‘virtuali’, così come al rinnovato piacere per il cartaceo, per la lettura lenta e meditata, per i tempi lunghi, per l'assenza di assillo... infine per la libertà. Ecco, se ho iniziato a bloggare è perché, allora, la reputavo quale ulteriore possibilità di liberazione e di incontro fuori dai soliti circuiti intellettuali, ora, invece, è divenuta una specie di schiavitù. Resta il top di entrate avute in un giorno: 623, non poche per un blog personale, e, somma soddisfazione, un libro-antologia-enunciato di poetica titolato, appunto, “Oltre il Tempo” (edito da Diabasis alla fine del 2004)... non 'robe' da poco, non risultati da vergogna, ma, infine, il vero Oltre il Tempo l'ho vissuto fuori da qui, tra la gente vera, tra le parole con suono, tra gesti di vera intesa e scambi di strette di mano a contatto, a pelle, a carne e sangue, con coloro di voi che ho potuto, nel vero, incontrare, e con chi di voi nel vero incontrerò... quindi nella realtà, quindi in quel mondo, non più in questo, parallelo o tangente (come meglio vi pare) al primo. Ed è la realtà che infine dobbiamo vivere, mai come ora, ed è nella realtà che dobbiamo agire... il momento storico-culturale ce lo richiede, e sarà nella realtà che avremo modo di costruire e continuare a costruirci. Ed è lì che vi attendo, sempre fiducioso che la cultura unita al rapporto diretto possa cambiare le regole del gioco.
Vi saluto, amiche e amici miei. Ringrazio coloro che sono rimasti 'fedeli' a questo blog in tutti questi anni (la 'crema', una volta si diceva), e v'invito a seguire le miei tracce in USQUE AD MORTEM ET ULTRA dimensioni web che posso frequentare quando ne ho voglia, non per obbligo… non per ‘follia’ di esserci a tutti i costi.





sabato, 20 agosto 2005


Hitler si fa portavoce di una tradizione che si sviluppa durante tutto il corso dell’Ottocento e nella quale il mistico e l’occulto vengono considerati una spiegazione e una soluzione concreta all’alienazione dell’uomo dalla società moderna, dalla cultura e dalla politica. Come tali, gli elementi mistici e occulti influenzano la visione del mondo del primo nazionalsocialismo e in modo particolare Adolf Hitler, il quale fino al termine della sua vita crede fortemente nelle scienze arcane e nelle forze occulte. È importante dipanare questo nodo dell’ideologia nazista perché questo misticismo è al centro di molta parte dell’irrazionalismo del movimento, specialmente della visione del mondo del suo leader. Questa reazione tedesca alla modernità si lega strettamente alla fede nella forza della vita cosmica della natura, una forza tenebrosa i cui misteri si possono capire non per mezzo della scienza ma solo attraverso l’occulto. Un’ideologia basata su presupposti del genere deve fondersi con le glorie di un passato ariano, passato che a sua volta riceve un’interpretazione leggendaria e mistica sotto tutti i punti di vista. I primi saggi portatori di questa visione leggendaria del passato ariano datano in un periodo compreso tra il 1890 e il 1900. In contrapposizione al freddo razionalismo delle città che proprio in quegli anni si stavano sviluppando a dismisura, si crea il mito del contadino che grazie al suo rapporto con la natura può entrare in diretto contatto con il centro della terra. I tedeschi, quantunque tesi verso l’avvenire, devono tornare a un passato spoglio di tutto tranne che della voce primordiale della natura. È evidente che soltanto quelle persone che sono affini alla natura possono comprendere, tramite le loro anime, la forza vitale, cosmica che costituisce l’eternità. L’ideologia di questo movimento ha legami stretti con quei movimenti occulti e spiritistici che vanno di moda verso la fine del XIX secolo. Legami del genere sono incoraggiati in modo particolare dalla teosofia (la scienza che si occupa di studiare l’occulto). In Germania l’opposizione alla modernità si giova di movimenti di idee che nel resto dell’Europa sono giudicati “capricci alla moda”, più che concezioni importanti. La fede nella forza vitale o nella religione cosmica porta a una concezione del mondo che conferisce un particolare prestigio a coloro che sono iniziati a simili misteri. L’ariano deve quindi, secondo questa corrente di pensiero, tornare nelle campagne per ritrovare le radici della propria anima. Occorre fare riemergere grazie a questo processo ciò che è veramente genuino, il passato germanico, in contrasto con ciò che è invece considerato fonte di corruzione: la modernità. Soltanto chi è legato all’autentico passato può avere una vera anima, può considerarsi un essere umano completo e non materialista. Soltanto l’ariano è in grado di capire i “misteri” della vita che governa il mondo. Il risultato finale sarebbe stato la creazione di uno stato organico senza borghesi, né proletari, bensì solamente popolo, legato insieme ad una unica capacità creativa e uniti in un vincolo fraterno. Il mito dell’ariano trova la sua origine da questa amalgama di romanticismo e di occultismo: a volte nasce dal sole, a volte tramite un processo storico. Nella formazione dell’ariano l’elemento della lotta è fondamentale, arte e combattimento procedono insieme. Non si tratta però della selezione darwiniana che vede affermarsi il singolo più forte, bensì della lotta del leale ariano, che appartiene a una schiera di eletti. In Germania il recupero dell’inconscio, come reazione alle ideologie moderniste dominanti, getta le basi per la forma della dittatura tedesca del XX secolo. Questa reazione mette insieme la corrente profonda del romanticismo germanico e i misteri dell’occulto, nonché l’idealismo delle azioni eroiche.

Siamo in una fumosa birreria nella Monaco degli anni Venti: a un tavolo alcuni appartenenti a società che praticano l’occultismo si riuniscono per discutere di un nuovo progetto. Tra loro vi sono uomini dell’alta finanza, ufficiali dell’esercito e uomini di cultura dell’estrema destra antisemita tedesca. Insieme vogliono creare un partito di massa che possa diffondere l’idea di una comunità mondiale completamente arianizzata nella quale le altre razze devono avere solo un ruolo subalterno: così nasce, nel 1919, il partito nazista. Tra gli ammiratori delle società esoteriche vi è Adolf Hitler, un reduce dalla prima guerra mondiale. Negli anni intorno al 1918-19 Hitler vive in una Monaco ricca di fermenti politici. Ed è proprio nell’atmosfera di reazione che si respira in quella città dopo la caduta della Repubblica Socialista di Baviera che si forma culturalmente il futuro dittatore. Hitler comincia in questo periodo a entrare in contatto con società esoteriche e a convincersi che vi fosse una qualche relazione di carattere magico tra forze cosmiche e individui particolarmente dotati. Una di queste società esoteriche si chiama Thule. Thule nasce nel 1912 e trova l’origine del suo nome da un’ isola che si riteneva fosse esistita nell’estremo nord europeo e nella quale gli adepti di tale società credevano fosse prosperata una civiltà superiore oramai estinta. Il fine di Thule è quello di creare una razza di superuomini, ovviamente ariani, i quali avrebbero dovuto portare a termine la lotta contro quelle razze che loro ritenevano essere inferiori: principalmente ebrei e slavi ma anche minoranze come zingari e omosessuali. Uno degli adepti di Thule, Dexler, fonda nel 1919 il Partito dei Lavoratori Tedeschi che diventerà poi, sotto la guida di Hitler, il Partito Nazional-Socialista o Nazista. Thule diventa così la società iniziatica più influente nella Germania del dopo guerra. Finanziatore del Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP) è l’ingegnere Gottfried Feder un altro membro della società iniziatica Thule. Ma non è solamente Thule ad influenzare Hitler. Il professor Haushofer è direttore dell’istituto di Geopolitica di Monaco. Da lui Hitler apprende l’importanza del dominio di un’area strategica definita allora come “il cuore della terra”: l’Europa orientale. Secondo Haushofer chi domina su quest’area abitata dagli odiati slavi, avrebbe dominato su tutto il mondo. Hitler lo definirà lo “spazio vitale” verso il quale la Germania dovrà espandersi per garantirsi la millenaria prosperità al Terzo Reich. Inutile aggiungere che anche Haushofer ha una forte inclinazione verso gli studi di esoterismo, e a Berlino è lui stesso a fondare un’altra società iniziatica: la Loggia luminosa della società Vril, il cui obiettivo è quello di esplorare le origini della razza ariana e di studiare i rituali che potessero migliorare le forze del Vril.

Himmler, lo spietato capo delle SS e uno dei massimi gerarchi del nazismo, fa invece parte di Artamans, una oscura setta evocatrice di una teutonica vita rurale. Durante la seconda guerra mondiale cerca di attuare il progetto di un mondo ariano e di convertire l’Europa in un Impero del Nord. Le SS dovevano essere l’avanguardia dell’arianizzazione del mondo, selezionati non per capacità, ma bensì per il loro aspetto fisico: alle SS è tollerata addirittura la bigamia in quanto considerato un modo rapido per lo “sviluppo” dell’uomo ariano. Alfred Rosenberg principale teorico del nazismo e governatore della Polonia durante gli anni della guerra è anch’egli un sostenitore dell’occultismo. Scrive numerosi libri per sostenere la teoria razzista e la necessità dell’assassinio in funzione dell’affermazione del nazismo, e aiuta addirittura Hitler a scrivere il Mein Kampf. Egli scrive in un suo libro: “morte e vita non sono entità opposte, bensì legate l’una all’altra. Grazie alla benevolenza del destino di Dio, i due contrari si dissolvono nell’ambito dell’eternità. Ma questa eternità può esistere sulla terra. La morte crea nuova vita e, potremmo aggiungere, ripristina così continuamente la marcia degli Ariani verso la meta finale”. Anche il simbolo che verrà scelto per rappresentare il nazismo denota una forte propensione verso la ricerca di forze occulte. La parola svastica, deriva dal parola sanscrita su, che significa bene, e asti, che significa essere. La croce uncinata, svastica, è un simbolo molto antico ed era già stato utilizzato da molte civiltà anche se circa la sua origine si sa poco. Gli indiani associano la svastica con la fortuna e protezione dall’ira; può rappresentare il sole, la dea Visnu. Alla fine del XIX secolo la svastica si afferma come simbolo del movimento nazionalista tedesco. Infine Hitler sceglierà la svastica come simbolo del partito nazista ma ne invertirà il senso degli uncini: in senso orario anziché antiorario, come nella tradizione induista. Forse sarà proprio la ricerca della trascendenza a dare ai gerarchi nazisti la volontà di spingersi fin dove nessun altro regime si era mai spinto. La convinzione di essere portatori di un messaggio superiore al quale tutto deve essere sacrificato: l’affermazione della razza ariana. Ed è forse per queste ragioni che Hitler si convince di potere sconfiggere qualsiasi tipo di coalizione militare e ad impegnarsi quindi in una guerra su due fronti: quello britannico e quello russo, coalizione che aveva già sconfitto più di un secolo prima l’esercito di Napoleone.

Dire che buona parte dei gerarchi nazisti fossero adepti di società esoteriche non vuol però dire che anche il resto della popolazione tedesca ne facesse parte. Le SS di Himmler vanno molto vicino nell’intento di trasformare l’intera Germania in una grande società iniziatica, ma anche qui non è pensabile ritenere che ciò potesse accadere per l’intera popolazione, visto che le SS dovevano essere l’élite e il nucleo centrale attraverso il quale il progetto mistico trascendentale del nazismo doveva realizzarsi. Eppure è innegabile che l’intera Germania venne coinvolta in modo assolutamente irreale nella realizzazione della costruzione del Terzo Reich millenario. La quasi totalità dei tedeschi segue il proprio Führer fino all’autodistruzione, cioè fino a quando i carri armati americani e sovietici giungono dopo sei anni di guerra ininterrotta a Berlino. Bisogna spostare l’attenzione sulle parole e sugli argomenti che vengono utilizzati dalla propaganda nazista per coinvolgere in modo semplice ed efficace la Germania intera nel progetto di un gruppo di ‘maghi’, come molti li hanno definiti. È la prima guerra mondiale, con il suo seguito di tragedie, a dare l’impulso per la costruzione di una mentalità sensibile al mito dell’utopia dell’apocalisse. Non fa differenza che la guerra finisca con una vittoria o con una sconfitta, in quanto i caduti avrebbero continuato a tramandare il germanesimo, innalzandolo molto al di sopra dell’indifferenza del periodo prebellico. I concetti di destino e di fato rivestono un ampio ruolo nei romanzi apocalittici sulla guerra. La letteratura nazista è colma di immagini di morte, esattamente come la celebrazione dei martiri, caduti per la patria. Lo slogan intonato dalla gioventù hitleriana è lapidario: “I migliori del nostro popolo non morirono perché i vivi morissero, ma perché i morti tornassero a vivere”. Ma la letteratura nazional-patriottica tedesca, se poteva mutare direzione a favore di tali utopie, è addirittura in grado di impadronirsi di un genere completamente diverso e molto più importante: la favola. In passato alcuni studiosi avevano sostenuto che i racconti delle ‘fate’ erano veramente dei miti nazionali; ma nel XX secolo, in maniera abbastanza caratteristica, c’è il tentativo di collegarli alla tradizione della letteratura popolare profetica e apocalittica. L’utopia è fatta per sostenere e glorificare uno stato nazional-patriottico, perché divenisse l’anticamera per il paradiso e la struttura entro cui avrebbe avuto luogo la liberazione e la salvezza. Il sogno sostiene la realtà e la realtà fa del suo meglio per sostenere il sogno. Il terzo Reich di Hitler che avrebbe dovuto essere millenario e avrebbe dovuto portare alla fine della separazione tra vita e morte si trasforma invece in una tragedia, ma ciò non significa che non abbia segnato e ancora non segni una buona parte del pensiero europeo.