Caro Gian Ruggero preferisco scriverti per meglio dire la forte impressione che mi ha suscitato il tuo romanzo “La banda della croce”.
Anche se avverto nel linguaggio il voluto ricalcare l’impronta cinematografica anni ‘40, mi ha colpito di più la costruzione letteraria, cioè come hai saputo imbastire la sceneggiatura del libro: ogni personaggio si staglia in plastica statura, e il sapore finale è fors’anche più drammaturgico che filmico. C’è molto simbolismo in questi personaggi – quasi epico – e ciò è profondamente letterario. Così direi quasi che questa straordinaria storia potrebbe vedersi meglio rappresentata in teatro che sui grandi schermi. Certo la pregnanza visiva della pellicola non ha eguali, e mentre leggevo immaginavo i lineamenti, la presenza corporale e gli atteggiamenti di ogni personaggio in chiave cinematografica... Qualcosa a metà fra Pasolini e Peter Jackson (connubio impensabile?!)
Però Gian Ruggero, ciò che colpisce del tuo romanzo non è tanto la pelle, il sapore (in questo comprendo anche la condiscendenza erotica che è ricorrente nella tua produzione e che – lo sai bene perché te l’ho già detto – mi vede tuttora un po’ estraneo), ma la sostanza, intendo dire il messaggio che fra le righe, nel dipanarsi della trama, tu ti preoccupi di dare in forma di commento. Questa, a mio avviso, è l’originalità del romanzo, sulla scia della scrittura epica tradizionale che mai è asettica, distaccata, cinicamente avulsa dal contesto narrativo (Céline docet), ma, al contrario, si applica con responsabilità creativa per “dare a ciascuno il suo”... Non è un giudizio il tuo, sia chiaro (altrimenti avresti fatto una favola didascalica, e non che reputi ciò un’offesa), ma è una sollecitudine autoriale nei confronti dell’operare artistico. Perché anche l’arte è un’arma e può offendere.
Il cinismo di tanta modernità mi appare sempre più come l’alibi individuale di fronte al crollo di un ordine normativo percepito come ineluttabile... poiché la retta via era (è) smarrita. L’artista della tradizione – Dante ma qualunque altro esempio vale – non potrebbe prescindere dallo scenario ideale (bene e male) che fa da sfondo a ogni azione umana. Non serve illudersi e illudere che non ci sia alcuna via da seguire, quando tutti sanno che l’uomo è pellegrino per natura e pertanto ha bisogno di un riferimento ("Signore, dove andremo?"), e se una storia non si perita di delineare “le due vie” alla fine diventa corresponsabile della confusione. "Long satan and Babylon are moving..." è il ritornello dei tempi ultimi, con i colori rosso e nero a contendersi gli onori nell’ascesa di un trono dell’abominio che ogni fedele d’Amore dovrebbe avere il coraggio di svelare e denunciare al mondo.
Così la chiave politica – che per qualcuno potrebbe sembrare in primo piano ne “La banda della croce” – a me pare solo un accessorio tematico e non risolutivo per interpretare il tuo lavoro. Come se un uomo si trovasse addormentato al buio, a giacere in uno spazio sconosciuto e pericoloso e dovesse svegliarsi all’improvviso: che importanza avrebbe, nel soprassalto dell’incubo, se si voltasse a sinistra piuttosto che a destra? Non è forse la sola luce che gli permetterebbe di vedere e fare fronte al pericolo? Una luce dall’alto, per illuminare il buio delle coscienze. E allora... "Mehr licht, più luce, let there be more light..." e in quanti l’hanno invocata e magari cercata proprio lì dove non c’era...
La figura di Holl è emblematica in questo senso. S'illude di volare alto come aquila, per sfiorare la bellezza dell’assoluto, ma in realtà la sua appare piuttosto la vertigine stomachevole di un’esistenza sfrenata, anche se irregimentata... come il motore perfettamente a registro di un bolide lanciato a 300 all’ora contro un muro. Sai che botto! Ma è questa la Bellezza? O non è piuttosto l’emozione adrenalinica che proviene dall’istinto bestiale? E' vero uomo colui che ricorre alla volontà per esaltarsi, anziché per umiliarsi? E non importa se non esalta se stesso, ma un’idea... Lo capisci, questo è antievangelo. Quindi è l’Anticristo che parla.
Pure mi sembra importante che alla fine, per il povero Holl, vi sia una parola di conforto. E guarda che strano, a dargliela è l’ebreo che lo sta per giustiziare, il suo nemico, quando gli dice che non è stato tradito. Anticristico anche in questo penoso frangente, nel non essere “tradito dai suoi”.
Ma noi crediamo proprio nell’Innocente tradito dai suoi, in quell’uomo di Nazareth fatto a pezzi sul Golgotha. Sputato e deriso dal mondo che non poteva capirlo... solo i piccoli e la madre sanno che cos’è l’umiltà. Piegare la testa e la schiena a un destino di appannata felicità, giorno per giorno, anno dopo anno, certi solo del dovere di non peccare e del piacere di un giudizio favorevole – è la speranza – alla fine di questo mondo. Dice Holl: “Siamo stati l’ultima bellezza del mondo " (?) No, certo... perché l’ultima Bellezza del mondo non potrà che essere la prima: la gloria del Figlio, il Re dell’universo quando verrà a giudicare i vivi e i morti, e sarà il suo Volto santo che si aprirà nel cielo squarciato. Da oriente a occidente. E tutti i potenti della terra sentiranno sì, in quel momento, vera adrenalina scorrere nel proprio sangue tramutatosi in fango gelido... Tutti gli omicidi, i menzogneri, i violenti, i ladri e lussuriosi, gli accidiosi e gl'invidiosi... Tutte le anime irrigidite e morte dentro, inutilmente prominenti come i rametti congelati che debordano sul sentiero, d’inverno... il bambino ridente li spezzerà via dai rami sani, gettandoli a terra per essere distrutti. Allora guai ai superbi, e pace a chi – nella vittoria o nella sconfitta – si sarà mantenuto umile. Sempre tuo con affetto