Oltre il tempo  

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domenica, 08 gennaio 2006

“Non vi sgomenti il numero e non cedete al panico. Punti ciascuno avanti con lo scudo, odii la vita, ami le Parche brune della morte come raggiante chiarità.” Tirteo

La lettura de "La Banda della Croce" ha accompagnato queste prime giornate del 2006, riaprendo alcune questioni che, nel corso del "quasi un anno" di frequentazione del blog di Gian Ruggero Manzoni (quando era ancora aperto ai commenti) erano state spesso avvicinate, ma mai disvelate in tutta la loro numinosità, anche perché non si tratta di cose di cui si possa agevolmente discettare in quella che era pur sempre una "piazza" - aperta inoltre a tutti i fraintendimenti che derivano dalla mancanza della persona fisica, la mancanza cioè di quel corpo che può fare, in qualche modo, da garante alle idee che si cristallizzano in parole, e sono costrette quindi ad avvalersi delle "carte segnate del baro".
Non mi interessa considerare il libro da un punto di vista letterario, né da un punto di vista storico. L'appello del libro mi sembra infatti totalmente personale: una pericolosa esposizione a certe fascinazioni che ci danzano davanti in forme diverse nelle diverse stagioni della vita. Quel grumo che intreccia perversamente alla violenza e ad un' insensibilità che diviene facilmente assoluta verso gli "inferiori" (qualunque sia la dimensione prescelta per stilare la graduatoria) alcuni valori ai quali non si rinuncia senza pagare un grave scotto, come il coraggio, l'orgoglio, il senso di dignità, e persino una certa forma di "bellezza". Un grumo contraddittorio che sembra alla fine andare a coincidere con quello che è probabilmente uno dei pochi "archetipi" veramente autentici: quello del "guerriero". Gian Ruggero diceva spesso che l'umanità è giovane, io aggiungerei che l'umanità si è sviluppata per molte migliaia d'anni in forma di "banda", più o meno associata ad altre sotto qualche idea di tribù, o di stirpe comune, e spietatamente ostile a tutto il resto. Mi appare dunque del tutto ovvio come certi meccanismi, cognitivi e vitali, possano entrare in una crisi profonda nel momento in cui debbono realmente confrontarsi con il più recente fenomeno della "massa" - evidenza annichilente, nella sua terribile concretezza, più di qualsiasi "disinfezione" dai miti che possa giungerci da quel "discorso scientifico" che si rivolge soltanto alle zone più astratte, evolute e giocose della nostra mente - mentre quell'evidenza si avverte invece nelle viscere, con le quali non si gioca.
"Se Dio non c'è, tutto è permesso", questa è l'elementare ma abissale filosofia de “La Banda della Croce”, aldilà del recupero di certe crudeli mitologie di un'umanità bambina, con le quali si tenta disperatamente di ridare colore al grigio assoluto di un'esistenza così disvelata.
Non mi è difficile cogliere i meccanismi che sembrano tenere assieme tale gruppo. Basti dire di averli già vissuti (anche se in forme largamente eufemizzate e simboliche) nei lunghissimi anni della "compagnia" adolescenziale, con i suoi giri, le sbronze, le risse, le enfatiche amicizie, il narcisismo di gruppo, il ritrovarsi ad essere realmente "definiti", nella propria essenza, dallo sguardo altrui, cioè di coloro che si ammirano - con lo sguardo femminile ufficialmente perseguito, ma quasi ridotto al rango di un "certificato di garanzia". All'interno di una simile dinamica può davvero succedere di tutto: si tratta proprio della "partecipazione mistica" di Levi-Bruhl, tale e quale. Cosa poi succeda davvero, dipenderà dalle circostanze, storiche e personali. Non posso che benedire il fatto di avere incrociato circostanze tutto sommato favorevoli, perché queste saranno sì cose importanti, ma non sono certo tutto, e si tratta inoltre di cose - soprattutto - che sono intessute di menzogna, per quanto disperata e vitale questa possa essere.
Cominci ad accorgertene da certi particolari, da certi scollamenti del palcoscenico, che reclamano di essere approfonditi. Ricordo un paio di simpatici "amici", di una compagnia "alleata", che esercitavano un fascino particolare anche per il fatto di riuscire sempre a vincere le risse, che ricercavano attivamente, anche nei confronti di avversari all'apparenza temibili. Mi sono alfine accorto che tali "vittorie" si basavano sempre sul fatto di riuscire a tirare un terribile colpo iniziale (che determinava l'esito dello scontro) pressoché a tradimento, in certe fasi di preparazione (per esempio uscendo dalla discoteca per andare a picchiarsi all'aperto) rompendo una "sportività" che d'altra parte nessuno aveva mai esplicitamente sottoscritto, e che nel violento prosieguo appariva poi del tutto assurdo reclamare. In altre parole, l'essere più cattivo, più carogna, più pazzo, o quello con "meno da perdere", ti fornisce un vantaggio fondamentale, ma che manda logicamente a rotoli tutta l' "etica" guerriera, nella quale il coraggio è legato all'assunzione volontaria di rischi autentici. Si tratta di quella stessa dinamica appassionatamente indagata da Hemingway nella sua straordinaria "Morte nel pomeriggio": la tecnica rende facilmente il duello - con una Morte più o meno probabile e vicina - una frode. C'è forse merito nel battere un avversario manifestamente più debole fisicamente, o tecnicamente inferiore, oppure inavvertito del pericolo? Direi che è proprio il contrario, si tratta cioè di vigliaccheria, ma il brutto è che il meccanismo, una volta innestato, funziona lo stesso, perché la coscienza dell'uomo funziona, si sa, a compartimenti stagni. E questo lo si vede chiaramente anche nel "funzionamento" di quella banda di sciagurati.
E d'altronde la Storia è piena di simili "eroismi". I mercenari svizzeri, o i lanzichenecchi, si rifiutavano di combattere se venivano a sapere che nel campo opposto militavano delle truppe parimenti dotate. Sarebbero questi i valori "guerreschi" che siamo chiamati ad ammirare? Beh, direi che preferisco l'umanissima tenacia dei "miei" alpini, che in terra di Russia, in una guerra che sentivano loro imposta ed ingiusta, hanno mantenuto armi e disciplina e sono riusciti, con enorme sacrificio, ad aprirsi un varco in quella sacca. Senza superomismi, lasciando negli stessi avversari, e nella popolazione civile, dei sentimenti sensibilmente differenti da quelli provocati dal "furor teutonicus". Sentimenti che hanno reso possibile anche quell'incredibilmente cavalleresco - dato il contesto - bollettino di guerra russo ("soltanto il Corpo d'Armata Alpino Italiano deve considerarsi imbattuto in terra di Russia") che, per quanto forse parto di una mente - quella di Stalin - alquanto perversa, non avrebbe tuttavia potuto darsi in assenza di una certa plausibilità .
Ma un’esperienza diretta (cioè inscritta nel corpo attraverso la fatica, attraverso attriti corporei, e non solo mentali, con una certa realtà) - per quanto simulata - dell' "uso delle armi" che si attua nell' odierna guerra di massa, mi rende semplicemente refrattario alla riproposizione di determinate prosopopee: mi è ormai del tutto chiaro come gli "eroismi" possono soltanto punteggiare marginalmente quella che si è ormai da tempo configurata come un'impresa abissalmente anti-umana e profondamente assurda, di una stupidità disperata e disperante, e che sarebbe folle e criminale tentare di rivalutare in chiave estetica, come hanno tentato di fare i futuristi. E' vero che la guerriglia, riconducendosi all'antica dimensione di banda, sembra rimanere ancora aperta ad una dimensione epica, ma non dimenticherei che la guerriglia si basa fondamentalmente sull'imboscata, cioè sull'inganno, ovvero sull'essenziale vigliaccheria a cui è costretto un avversario che non ha la possibilità di emergere alla luce del sole per uno scontro aperto e decisivo.
Coraggio nella vigliaccheria e vigliaccheria nel coraggio: non mi sembrerebbe saggio puntare l'esistenza su simili "doppi vincoli". Se cerchi davvero un duello con la tua Morte, mi pare esistano vie assai più nobili. L'alpinismo, per esempio, mi pare un'alternativa eccellente: ogni volta che la tecnica da te acquisita ti regala un margine ulteriore di sicurezza, tu lo puoi erodere aumentando le poste. Puoi così rimanere costantemente entro l'aria rarefatta ed eroica di quel confine, di quella prossimità, e senza fare danno ad alcuno. In fondo, cosa mai avrebbe di "divino" il sopprimere vite altrui? Non è forse prerogativa di un qualsiasi imbecille che si ponga ubriaco alla guida di un'auto? Se in gioco ci sei tu, l'universo e il dio assente, cosa c'entrano questi poveri altri? Non c'è bisogno neppure che sappiano ...
Ma ritornando alla mistica di uno scontro "sportivo": è evidente come essa sia logicamente esposta all'insinuarsi della tecnica, che si pone sempre nella cangiante doppia veste di abilità e di frode: conteranno ancora i muscoli oppure è arrivato il momento dell'acciaio migliore? Contano ancora il coraggio e la foga individuali oppure è arrivato il momento della disciplina di gruppo, che ci consente nuove e micidiali combinazioni? Ma saranno stati tutti messi bene al corrente di certi cambiamenti nella natura del gioco? La "freccia del parto" che scocca - parimenti mortale - dall'uomo in ignominiosa fuga, si prolunga idealmente entro tutte le astuzie del machiavellismo (comprese quelle che tendiamo a noi stessi) fino ad arrivare alla negazione completa dello "scontro cavalleresco", che i Dobu hanno avuto il coraggio di mettere in parole:
"Se vogliamo uccidere un uomo lo accostiamo, mangiamo, beviamo, dormiamo, lavoriamo e riposiamo con lui, magari per parecchie lune. Aspettiamo il momento giusto. Lo chiamiamo amico". [da Ruth Benedict, citata da Erich Fromm in "Anatomia della distruttività umana" ]
Per tutti questi motivi, il fascino di certe dinamiche è ormai per me ampiamente neutralizzato. Ringraziando Gian Ruggero per una lettura come al solito intrigante, vorrei suggerirgli di confrontarsi con i temi esposti da Giuseppe Fornari in “Fra Dioniso e Cristo - La sapienza sacrificale greca e la civiltà occidentale” . Vi troverebbe, credo, spunti degni della sua grande capacità di andare a fondo nelle cose, per poi magari riferircene. Ne voglio citare un brano, anche perché ho intenzione di riprenderlo in mano: "La storia dei fraintendimenti violenti del cristianesimo dimostra ampiamente come l'uomo, se mi si passa l'immagine, sia una sorta di ‘drogato’ sacrificale, che non può passare ad un regime privo di sacrificio senza drammatiche ‘crisi di astinenza’. Da qui le interpretazioni ancora sacrificali del messaggio, che permettono all'umanità che ne viene toccata di sopravvivere nella propria violenza alla rivelazione, di instaurare un regime intermedio tra sacrificio e assenza di sacrificio che è quello che stiamo ancora vivendo, quello degli infiniti testi di persecuzione giudiziari, politici, filosofici, ideologici di cui è costellata la nostra poco piacevole storia, quello in cui al cristianesimo è rinfacciata la violenza di coloro che l'hanno frainteso."


Elio Copetti