Oltre il tempo  

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giovedì, 22 dicembre 2005

Caro Gian Ruggero ho letto il suo romanzo e le esprimo in sintesi il mio parere. Ottimo lo stile da narratore-cronista. Generalmente, quando leggo un libro, mi capita di trovare qualche passaggio che non mi convince del tutto, così immagino come avrei potuto renderlo se fossi stato l’autore: in questo caso non è successo, tranne che per i dettagli tecnici delle armi, su cui forse avrei sorvolato. Non mi ha colpito particolarmente l’idea di farcire la trama con delle storie d’amore dal tragico epilogo, di cui una gay (questa sì, mi sorprende, se penso agli omosessuali trucidati dai nazisti…). Del resto è un intreccio già sperimentato, molti anni fa, dal grande Hemingway di Addio alle armi. Non credo nemmeno che il punto di forza del romanzo sia la volontà, in ogni caso meritoria, di trattare una vicenda taciuta per anni e ancora per certi versi oscura. Altri fatti analoghi, di cui si è scritto, accaddero anche in Italia su ambedue i fronti. Tuttavia il suo libro traccia una linea di confine – inequivocabile negli ultimi capitoli – rispetto alle vicende italiane. Nella nostra penisola, oltre alle vendette personali che pure ebbero luogo, vi fu, sul fronte comunista, la volontà di sopprimere quanti – non solo fascisti – avrebbero potuto ostacolare un’eventuale prosecuzione della guerra civile finalizzata alla conquista del potere; sull’altro, il primo episodio imputabile alla cosiddetta strategia della tensione – l’eccidio di Portella della Ginestra, perpetrato il primo maggio 1947 contro alcuni dirigenti sindacali – che vide protagonisti ex marò della famigerata X MAS, mafiosi, agenti segreti americani… La banda della croce agiva – consapevole e fiera di andare incontro alla morte – esclusivamente sotto l’impulso estremo di quella cultura idealistico-romantica che aveva trovato nella Germania di Hitler la sua espressione parossistica. In questo risiede, a mio parere, la grandezza dell’opera. Lei rappresenta i fatti con un linguaggio crudo e diretto. Ogni giudizio etico sarebbe superfluo. A un certo punto, dimostrando una capacità di immedesimazione straordinaria, riesce a fornire, attraverso i suoi personaggi, i motivi psicologici del loro folle disegno. Alla fine, immagina che siano i Figli d’Isaia a eliminare gli ultimi camerati e che uno di questi, in punto di morte, quasi volendo riconoscere una pari dignità agli odiati avversari ebrei, dica: “Non c’era posto per due popoli eletti. Abbiamo fatto una buona battaglia.” Qui, francamente, mi pare che travalichi l’ambito di un’immedesimazione verosimile. In definitiva, lei ha scritto un buon libro, all’apparenza incentrato su una vicenda minore, che in realtà può suggerire vaste e profonde riflessioni.

Pasquale Giannino