Caro Gian Ruggero dopo aver letto il tuo ultimo romanzo, nei diversi, a volte anche acuti, commenti qui sotto presentati mi pare non emerga un elemento tipico della tua scrittura: il suo essere pittura. Potrebbe sembrare stravagante questa mia considerazione, soprattutto perché non sono un critico letterario e la mia 'competenza' potrebbe essere facilmente attaccabile, ma mi pare che leggere le tue opere letterarie sotto questo punto di vista potrebbe aprire uno scenario nuovo, interessante, considerato quanto sia forte e imprescindibile il tuo rapporto con la pittura. In questo lavoro, in particolare, tutta la tua vita pittorica sembra emergere con un certo impulso. Quando le azioni incalzano, quando le atmosfere sembrano scivolare e precipitare, allora, in quell'istante difficile da localizzare, caleindoscopicamente, la frase, la parola, cominciano a scomporsi e ricomporsi in segni, che non sono più scrittura ma pittura, disegno. E quando leggo i tuoi scritti, siano poetici o narrativi, vivo liquidamente tale passaggio. Tutto questo movimento vischioso, secondo me, mette in crisi le istanze della scrittura, e non mi pare perché si faccia stilo (come nel suo bell'intervento ha scritto Massimo Sannelli), ma più semplicemente e paradossalmente pittura: una seria sgrammaticatura pittorica. E credo, ripetendomi, che questo tuo rapporto, vitale, con le arti visive non debba essere trascurato. E sono proprio queste sgrammaticature a far vivere semmai una crisi dello stilo a favore della carne pittorica. Usi il segno letterario per tagliare la membrana che lo separa dal mondo visivo, sino a passare totalmente dall'altra parte. Questo suono impazzito, senza misura, arriva, grazie a ciò, diretto al bersaglio, e apre delle ferite tutte pittoriche nelle quali i tuoi personaggi possono individuare le linee sulle quali piegarsi, organicamente, verso il proprio centro, e, inorganicamente, verso l'assoluto: un segno sgrammaticato che tenta di strappare la Figura (visiva) al figurativo letterario per portarlo verso il disastro. "La Banda della Croce" è un lavoro fulmineo, carico di gesti massacranti e massacrati, ma non un gioco al massacro.