Oltre il tempo  

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venerdì, 28 ottobre 2005

Caro Gian Ruggero i personaggi del tuo romanzo sono votati alla morte e molto platealmente decidono di uscire di scena. Conoscono il loro destino e non se ne preoccupano, tutta la loro energia defluisce nel grande buco nero della Bella Morte agognata e premeditata. Caduta l’illusione del mito millenario di rinascita e purificazione non hanno più nulla che li possa dividere dall’assoluto che appartiene a tutti noi. Questo concetto che, a mio avviso, è sinonimo di eternità, non appartiene al genere umano se non come ultimo atto della propria esistenza. Solo nella morte incontreremo l’assoluto. L’eternità ci attende nella tomba. È vero che per molti la morte è preludio alla vita eterna, è rinascita o perdizione, ma per quelli che non cullano simili pensieri non c’è assoluto che non sia semplicemente assenza di vita. Tutte le dottrine o concezioni che hanno avuto come perno l’assoluto e che hanno cercato di realizzare qualcosa di immane e di potenzialmente eterno hanno fallito. Il Terzo Reich è durato dodici anni: ha lasciato dietro di sé macerie che ancora fumano, ruderi che stanno crollando e una memoria che sta sbiadendo. Il destino di questi e altri progetti è l’oblio. È nella natura umana essere dimenticati, perdere per sempre il ricordo di ciò che è stato. È solo questione di tempo. Perfino un dominio ben più grande e duraturo, quello di Roma, che ha lasciato segni di immensità, è destinato a ripiegarsi su se stesso afflitto dalla dimenticanza e assediato dalle piogge acide che segnano l’agonia lenta di millenari monumenti, già ridotti a mozziconi. In essi rimane l’idea di eternità, è vero, che per noi già è molto che si spinga a qualche manciata di millenni, però, lentamente, quella lusinga sta scomparendo, perché la pietra si sta consumando, e proprio nella pietra stava iscritta la grandezza dell’Impero; tutto sta crollando, ed emerge da quei ruderi solo la sconfitta e il fallimento delle gesta umane... seppure gloriose. Mi sembra che l’immensa edificazione generata da una volontà inesausta non fosse tanto per tramandare ai posteri l’idea di assoluto che avevano i Romani e i nazisti, ma quello di ricordare a loro stessi quanto erano grandi nel “loro” presente, vivendo l’eternità giorno per giorno, mentre la edificavano. I Romani lasciando segni di esistenza, i nazisti segni di fine.
Se questo concetto lo applichiamo alla vita di un artista troviamo che l’eternità non ha “Futuro”, non esiste in prospettiva temporale, ma esiste nella contingenza subitanea dell’attimo. È qualcosa di privato. Attendere in questo caso non porta a nulla. È solo nell’atto creativo che spazio e tempo si annullano e si vive nell’eternità che noi stessi realizziamo... oltre non c’è niente... cioè l’Assoluto Totale (se così posso dire), riassumibile nel concetto di Morte; ma a chi interessa veramente? Lo subiamo, è una necessità dell’umanità, forse è una pulsazione del Cosmo che, per mantenere la sua Eternità, ha bisogno di annientare le sue parti, di volta in volta, con metodica certezza, e ricrearle sempre uguali e sempre annullabili… parti che, dotate di vita propria, desiderano vivere in eterno, scambiando i loro destini per il destino del tutto. Per fortuna esiste l’arte, che consola e conforta, e dona per un attimo quell’eternità che non sta in nessun altro luogo...

Ivano Nanni