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Caro Gian Ruggero, ecco la lettera-saggio che ti ho promesso. Dunque sto scrivendo ad un segno vivente di contraddizione, e La banda della croce è un romanzo sulla contraddizione. Scrivere a te, su di te, essere tuoi amici significa collocarsi, rinunciare all’amicizia di chi non vuole essere tuo amico e ti odia, a torto o a ragione. Non è questo il problema, credo (lo dicevo in macchina, a te e a Salvatore e ad Andrea: non è come scegliere se fare i partigiani o i repubblichini: si tratta solo di dire poche parole civili a Gian Ruggero Manzoni). Il problema è normale: da una parte della rosa, ad esempio, c’è Busi – che dice che dormendo due ore in più sottrarrà due ore alla vita (e per questo dico che Busi è come morto, e quindi attivissimo: la vita lo ha abbandonato, abbandonata da lui; una cosa simile accade in Pasolini, che è attivo quanto Busi); dall’altra c’è una società delle menti caotica, iperattiva come Busi, ma estremamente personalistica: ogni mente ha le sue idee, la sua vita, la sua personalità, il suo hortus conclusus. Le sue frasi tipiche sono: mi faccio la mia vita, lotto per le mie idee, io credo, io mi impegno.Allora dialoghiamo, sempre, e ci ricordiamo a vicenda: dialoghiamo, dialogate con noi, perché non dialogate? Confrontiamoci! – Alla fine non si discute molto, mai: siamo persone, che criticano persone, che contestano persone, che amano persone, che aiutano o ostacolano persone. Una marea di IO che ama/odia altri IO: e che se decide di uccidere, inizia dall’altro (e può anche morire direttamente, da kamikaze, con l’altro: purché l’altro muoia con IO e per mano di IO: “Uccidere un nemico dà forma completa alla tua identità, al tuo ideale, e mostra la forza del tuo carattere”: p. 62). Ma Busi è più eversivo di qualsiasi eversore: in lui IO è morto (e per quanto lo riguarda, regna la Scrittura). Vorrei la stessa cosa per me. E così ho battezzato criticamente le mie ossessioni: come tu fai con le tue. Dunque ho fatto della poesia vita, e della poesia-vita una religione. Nel momento in cui non si vive, bisogna che tutto diventi serio, se non sacro: una cosa su cui si lavora è tutto. Questa cosa è seria e sacra.
Questa premessa sembra metaletteraria e invece riguarda anche la Banda. Hai scritto un libro pesantissimo, che tocca quello che Pasolini chiamerebbe il “fondo di ogni fondo” (il suo era che la libertà è la libertà di scegliere la morte: frase imperdonabile per un Compagno). E quanto lo tocchi, il tuo stile ne risente, oppure ti porta ad operazioni come l’antologia Oltre il tempo: nella quale – perdonami, sai che se giudico non è mai a mente fredda, e giudico me stesso, sempre – la maggior parte dei testi sono tanto provvisori, spesso così orgogliosamente brutti, da avermi fatto pensare che ci fosse qualcosa sotto. A suo tempo ne scrissi. Dove il tuo fondo è sfiorato meno direttamente, hai scritto prose molto belle: in particolare Il morbo e Tango croato. Nella Banda lo stile è diventato uno stilo, a tratti molto imperfetto (penso al brutto segno “?!” che è frequente in tanta paraletteratura; ad alcune battute, nei dialoghi, che non hanno assolutamente il ritmo del parlato; ad alcune finezze, che nel contesto stonano).I nazisti di cui scrivi, esaltatissimi, sono estremi: persone al quadrato. In quanto tali, uccidono: la guerra non è finita, sono born to kill, in nome di una cavalleria germanica impazzita, e coerente fino all’estremo (p. 33: “Chi è nato per uccidere, riesce a vivere solo uccidendo”). Coerenti anche nel farsi leccare gli stivali da un ebreo o nell’usare un lanciafiamme contro uomini vivi: infatti ne parlano. Sono quello che fanno e fanno quello che sono; dunque dicono ciò che sono e fanno. E anche gli Ebrei sono coerenti: i nuovi Ebrei per i quali la diaspora sta per finire, e che impugnano le armi: occhio per occhio e dente per dente, e assassini degli assassini (p. 24: “Dal dolore nascerà nuova vita”; e anche Clarette, alla fine, invoca “un’altra possibilità. Ma non qui. Non in questa terra che ormai sa di rancido, di urina, di sterco, di pus, di morte!”, p. 134). Come l’autocrocifissione di Mattio Lovat (è il romanzo di Vassalli) può aver fatto scaturire un nuovo regime sociale (meno fame, meno povertà) – e Vassalli sembra crederci; così la trasformazione dei crocifissi in crocifissori (gli Ebrei vendicatori) apre un nuovo mondo, in cui la violenza è ancora inevitabile, ma – come dire? – sfugge a connotazioni ideologiche e mistiche, e si democraticizza. E’ la nuova violenza occidentale: quella per cui ci consideriamo degni di spodestare giudicare condannare Saddam Hussein, poiché siamo democratici, dunque giusti. Gli Ebrei del tuo romanzo uccidono in quanto vendicatori, non in quanto militari (mentre i nazisti del dopoguerra si considerano ancora militari: “Io sarò sempre Werner Hertz, pilota da carro del Battaglione SS Teste di Morto Hermann Göring”: p. 97): questo è un cambio di segno fondamentale. Un estremo naufraga, coerente fino alla fine (p. 155: “nessuno dei vostri vi ha tradito”), e l’altro riemerge, estremo contro un estremo. Si tratta di noi. Corsi e ricorsi, mi dirai, o “un maledetto cerchio”, come dice Holl a p. 143: ma la partita rimane demoniaca. Persone contro persone contro persone contro persone contro persone; e ingiustizia chiama giustizia, e morte vendetta: approvo, o posso capire, la giustizia privata di quel gruppo di Ebrei, dopo quella sofferenza; ma so anche che quella giustizia fa parte di un ordine della sofferenza, a cui non si sfugge.
Tu vedi questi estremi della violenza coerente e ne rimani affascinato, e nello stesso tempo non puoi non sentirne la mostruosità. Sai anche che quei nazisti non sono criminali, ma demoni: Raffaele Perrotta direbbe, credo, lo stesso. La COERENZA, in te, invoca CONTENUTI; l’urgenza dei CONTENUTI stimola UNO STILE SENZA STILE. E’ il tuo modo di vedere le cose, ma non lo sento vicino. Ma mi è vicino: quando tocco il mio fondo, anche il mio stile diventa uno stilo (Dio sa quanta rabbia, sentendomi dire che chi scrive troppo non vive; o sentendomi chiedere se e quanto sono pagato per dirigere una collana o fare parte di un comitato scientifico); quando diventa uno stilo, è meno buono. Se posso avanzare una piccola profezia, ora che sei al bivio tra i CONTENUTI (che sono SOSTANZA) e la METAFORICITA’ delle operazioni (Marina Abramovic non si è massacrata per il puro gusto del sado-maso…), tu dovrai scegliere: forse sceglierai (Camaldoli insegna) la metafora, nel pieno della carne (viva). Già la violenza di questo romanzo parla continuamente di carni da massacrare (p. 33: “sputando carne”; p. 135: “le piantò il coltello che aveva in pugno nelle carni”; p. 148: “Una lunga raffica di Lewis spaccò tendini e ossa a Cavalcanti, tagliandogli la carne”; p. 150: “avvinghiato coi denti alle carni”).Dunque cambierai stile: sempre teso al contrasto e all’estremo, è possibile che in te vinca quell’estremo – che divide suocera contro nuora e padre contro figlio – che è Cristo, e anche il tuo bisogno di lottare sarà appagato.