Oltre il tempo  

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lunedì, 12 settembre 2005

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Caro Manzoni nel contemporaneo molto passato occupa le pagine dei romanzi, dei saggi e dei giornali. A volte si tratta del passato più remoto, egizio, greco, romano, altre più prossimo, ma, generalmente, l’attuale atmosfera culturale è caratterizzata da  tale tendenza, che spesso si traduce in rivelazioni circa vicende ed episodi nel vero avvenuti, dei quali, in molti, non eravamo al corrente. Se di altro ben poco si preferisce leggere (all’infuori del giallo o del noir, che sono pur misera cosa, almeno qui in Italia), significa che il pubblico non ne è attirato (io fra i primi) anche perché da tempo si assiste a lavori privi di quella ragione, di quel messaggio che serve a distinguerli, a fare di ognuno di essi un “caso” degno di nota. Fino al secolo scorso o, almeno, fino ai suoi anni ’50, per autore s’intendeva la sua opera nella particolarità dei temi e dello stile, in tutto ciò che la differenziava dalle altre, pur dello stesso periodo storico o genere letterario. In seguito si è andati verso un sempre maggiore livellamento, una sempre più diffusa omologazione, finché è divenuto difficile distinguere tra i contenuti e le forme degli autori più recenti (e così avviene anche in arte, nel cinema, musicalmente etc.). In opere di diversi autori si possono ritrovare, oggi, le stesse situazioni, gli stessi personaggi, le stesse atmosfere, dal momento che, in genere, esse riflettono quanto diffusamente accade nella nostra vita (noiosamente omologata anch’essa). Una vita nella quale il progresso ha significato solo sviluppo economico, tecnologico e non evoluzione culturale e morale. La modernità non ha fatto acquisire allo spirito altri ‘valori’, ma ha disperso, annullato, quelli che esistevano, li ha sacrificati alle esigenze della Materia, divinità dilagante. Anche la letteratura ha risentito del fenomeno al punto da rinunciare a quanto d’ideale e di spirituale le era per secoli appartenuto e seguire le nuove regole, adattarsi alla nuova situazione. E’ divenuta, quindi, un prodotto come tanti altri, come tanti altri riflette il suo tempo, viene fatta in serie e reclamizzata. C’è ora tanta letteratura, ci sono tanti autori, essendo diventati tanti i gusti, le preferenze, che i tempi chiedono di soddisfare, ma la sostanza è, ahinoi, sempre la stessa. In tale contesto il passato culturale, in certi scrittori, fra cui lei, è riemerso dalle sue ceneri, è stato recuperato nei suoi elementi e in tutti i suoi aspetti, poiché è sembrato l’unica certezza tra tanta precarietà e confusione. E’ successo questo anche in altre epoche della storia letteraria, quando si è attraversato un periodo di smarrimento, per non dire di crisi. Non deve sorprendere, quindi, quanto oggi sta avvenendo anche se tra questa e le volte precedenti notevoli sono le differenze. La situazione attuale potrebbe durare a lungo, o rimanere per sempre tale (entrambi i casi sono possibili… e aggiungo un altro ahinoi), mentre prima si è trattato solo di un periodo limitato, di una fase che è stata superata dalla maturazione e definizione di altri tempi e ambienti, ma di questo sarebbe lungo parlare. Fatto sta che lei riesce a restituirci, con la sua rivisitazione di così tanti passati (come la sua produzione si rende testimone), la possibilità di leggere il presente e di poter scegliere per il futuro, e ciò glielo riconosco, seppure questo suo ultimo libro mi abbia inquietato non poco. Ma da lei accetto… essendo autore che ha scelto “gli uomini e le donne dell’estremo” quale poetica. Inoltre le attribuisco un’originalità nell’esporre gli eventi che cattura e la rende direi unico nel panorama odierno. Cordialmente

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Giovanni Aliberti

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