Caro Gian Ruggero, leggendo il tuo ultimo romanzo mi sono venute alla mente un’infinità d’immagini, ma, in particolare, questa: “il bisogno di superare l’io per divenire un noi”, uno dei temi anche della tua poesia. Il poeta tedesco Höelderlin, nell’ultima fase della vita, in preda ormai alla ‘follia’, firmava le sue composizioni con date immaginarie e con un nome italiano: Scardanelli. Non era uno pseudonimo, era il segno della sua totale perdita di identità. Infatti la parola Io, dal quel momento, non comparirà più nei suoi scritti. Eppure alcune poesie, tra quelle che portano questa firma, sono tra le più belle da lui scritte. Perdere l’identità non significa perdere la propria forza, ma diventare forza di tutti. A parte il caso estremo di Höelderlin, comunque, la poesia e il romanzo, attraverso la potenza immaginativa di cui dispongono, mostrano sempre figure non abituali dell’Io e dell’individualità. Se uno dei tratti più riconoscibili della sensibilità dell’epoca contemporanea sta nella perdita di certezze attorno ad un Io stabile e separato dal mondo, la letteratura ne costituisce senz’altro la principale esperienza e manifestazione. Poi mi sono venute alla mente gli stili e le tradizioni letterarie più disparate. Quella ottocentesca americana in cui, nel Moby Dick di Melville, l’Io narrante si presenta con una fulminante battuta iniziale, "Chiamatemi Ishmael", e poi, per tutto il romanzo, parla di sé in prima persona, ma anche in forma indiretta, quasi in accezione schizoide, in base alle necessità avventurose volute dal testo-trama. O certe galoppate conradiane, dove i vari personaggi sono degl’Io solo in funzione degli altri. O quella di certi esperimenti delle avanguardie poetiche europee del Novecento, che, con l’invenzione e l’uso di tecniche, come il monologo interiore, hanno decomposto l’Io, fino a farcelo apparire nei termini che a suo tempo aveva già perfettamente indicato Rimbaud, dicendo, con un paradosso, che "Io è un altro". E tu, in ogni tuo libro, sei sempre ‘altro’ e ‘altri’ nel paradossale. “La Banda della Croce” non è da meno dei precedenti e mi ha convinto. Pare, in prima battuta, la sceneggiatura di un film e si legge d’un fiato, poi ci si ritorna sopra e diventa “altro e altro ancora”. Un abbraccio.