Oltre il tempo  

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martedì, 13 novembre 2007


CARI AMICI VI RIMANDO AL MIO NUOVO BLOG-DIARIO-TACCUINO... CLICCATE QUI E VI APPARIRA' GRM-USQUE AD MORTEM ET ULTRA . BUONE SUGGESTIONI...




mercoledì, 18 ottobre 2006


Per contattarmi potete sempre usare il mio indirizzo info@gianruggeromanzoni.it
Ho fermato i lavori del blog, segliendo di dedicarmi ad altre realtà culturali presenti in web (leggi post sotto), ma sono sempre vigile e attento, nonché felice di confrontarmi con voi, quindi inviatemi tranquillamente mail e libri da recensire come quando il blog era attivo (questo il mio indirizzo per cartaceo: Via Fiumazzo 232- 48020 San Lorenzo di Lugo - RA). Non frenatevi per motivi di pudore o di educazione. Chiudere un blog non significa chiudere col mondo... anzi! Ora reputo di potermi ancor più dedicare a voi nel pratico. Vi abbraccio.

PS. Rendo noto agli amici che mi hanno inviato mail e post, qui un tempo pubblicati, che il tutto è custodito gelosamente nel mio personale archivio. Grazie ancora per come mi avete sostenuto o... 'bastonato'. Ho lasciato in quest'ultima  pagina (infine scheletrica testimonianza di 4 anni di attività bloggaria) solo interventi riguardanti alcuni dei miei libri editati.


pubblicato da GianRuggeroManzoni in | plink | 11:42



giovedì, 12 ottobre 2006


Secondo una ricerca Yahoo! la vita per noi occidentali-emancipati ai tempi di Internet, quando si è lontani dalla Rete, può essere un inferno: difficile resistere più di due settimane senza collegarsi al web. Due società leader nel campo dei media, la Yahoo! e l'agenzia pubblicitaria Omd, hanno presentato alla recente settimana della pubblicità di New York i dati di una ricerca che lo dimostra. La ricerca ha fotografato 28 navigatori di Internet presi dai quattro angoli degli USA: condannati, ai fini dell'esperimento, a restare per settimane lontani dalla Rete, offline, come si dice in gergo. Quasi la metà degli intervistati ha dichiarato di non poter stare disconnesso per più di due settimane, ma, in base alle prime rivelazioni delle cavie, si comincia a star male in media dopo cinque giorni. Dopo circa una settimana si fanno vivi i primi sintomi di crisi d'astinenza da Rete: confusione, perdita di orientamento, frustrazione. ''La Rete occupa buona parte della mia vita. Ogni giorno senza Internet è frustrante'', spiega una delle partecipanti all' esperimento. E un' altra cavia, che ricorre a Internet per stare in contatto con gli amici, ha detto che, senza web, si sente ''tagliata fuori dal giro''. ''In soli dieci anni di utilizzo di massa, Internet ha irreversibilmente cambiato le abitudini dei consumatori'', commenta Wendy Harris Millard di Yahoo!. La prospettiva di un periodo senza Rete spaventa talmente tanto che non è stato facile reclutare le cavie per l'esperimento. La ricerca è stata condotta attraverso video-diari e testimonianze scritte, in cui i partecipanti confessavano agli osservatori i loro stati d'animo e i cambiamenti nel rapporto con la realtà quotidiana. ''Disorientata'' si è detta la maggior parte degli intervistati, come chi perde la bussola necessaria per muoversi nella vita reale. Infatti Internet non serve solo per comunicare o lavorare, per lanciare le proprie poesie custodite in una bottiglia nel mare infinito del web, per 'credere' di esserci, per promuovere il proprio nick o il proprio nome, ma anche per sapere quale marca di macchina fotografica è più conveniente, per trovare un indirizzo o per prenotare un viaggio. L'alternativa di usare un supporto cartaceo per ottenere le stesse informazioni (una mappa stradale o un elenco telefonico, ad esempio), non viene neppure in mente agli internauti. Per loro Internet aumenta la qualità dell' esistenza, la democratizza maggiormente, la libera, la rende più accettabile e il ''Digital Divide'', ovvero le differenze di stile di vita tra chi ha l'accesso al web e chi no, esiste davvero. Lo dimostra una seconda ricerca ordinata da Yahoo! e Omd sui comportamenti di un migliaio di utenti di Internet. Lo studio rivela che, per i tre quarti, la Rete è uno strumento per risparmiare, comprare meglio, godere di migliori servizi, infine 'vivere' come si deve. Tre sono i punti evidenziati dai ricercatori. Primo, la Rete è il 'lenzuolo protettivo', dà sicurezza, dà risposte rapide (e a quanto pare l'eccesso di 'informazione' non spaventa), quindi dà conforto per ogni ansia o dubbio. Secondo, è anche un luogo di ritrovo, tanto che le cavie condannate a stare alla larga da e-mail, chat-line, gruppi e blog si sono sentite sole al mondo. Infine, il web è l'angolino che ogni impiegato costretto a una scrivania può ritagliarsi senza perdere in efficienza: il sostituto virtuale della macchina del caffè o della ormai sorpassata e condannata pausa sigaretta. Inutile quindi dire che le forme di dipendenza da Internet sono in aumento e destano un notevole allarme sociale: si rifiuta la vita socio-relazionale e ci si isola da tutto. L' unica forma di comunicazione avviene mediante l' utilizzo di dispositivi elettronici. Quando ti svegli la notte per controllare l' e-mail, quando si rompe il computer e quasi impazzisci, quando non ti va più di uscire di casa perché vuoi stare davanti al computer... a questo punto forse è arrivato il momento di farsi curare, perché quelli sopra descritti sono i sintomi dell' Internet Addiction Disorder, ossia del Disturbo da Internet Dipendenza. L' espressione IAD, Internet Addiction Disorder, è stata introdotta nel 1995 dal dottor Ivan Goldberg, psichiatra americano, il quale, con la parola addiction, si riferiva a una dipendenza patologica, ossia a una ricerca reiterata di una forma di piacere che crea disagio per dipendenza. Il dottor Ivan Goldberg riteneva che l' errato uso di Internet causasse danni clinicamente significativi. In Italia si è iniziato a parlare di dipendenza da Internet nel 1997, quando è stata introdotta l'espressione IRP, Internet Related Psychopathology, che gli psichiatri definiscono come una serie di disturbi che appartengono a una più ampia categoria di patologie. Tra questi disturbi ricordiamo la dipendenza dal gioco d'azzardo on-line, la dipendenza da cyber-relazioni e la dipendenza da una quantità eccessiva di informazioni. In tal senso si segnalano due tappe del percorso che conduce alla Rete-dipendenza: 1) fase tossicofila, caratterizzata dall' aumento delle ore di collegamento a Internet, con conseguente perdita di ore di sonno, controlli ripetuti di e-mail e siti preferiti, elevata frequentazione di chat, di blog e gruppi di discussione, idee e fantasie ricorrenti su Internet quando si è off-line; 2) fase tossico-maniacale, a cui sono riconducibili collegamenti a Internet estremamente prolungati, al punto da mettere a rischio la propria vita sociale, affettiva, relazionale, lavorativa o di studio. I soggetti a rischio, riguardo tale ossessione, hanno un' età compresa tra i 15 e i 55 anni, hanno una buona o media conoscenza dell' informatica, spesso sono isolati per ragioni lavorative (es. turni notturni di lavoro) o geografiche, e, solitamente, presentano problemi psicologici, psichiatrici o familiari preesistenti alla Rete-dipendenza (tra questi problemi spiccano solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al lavoro, impotenza o frigidità sessuale, depressione, problemi finanziari, insicurezza dovuta all' aspetto fisico, ansia, lotta per uscire da altre dipendenze, vita sociale limitata, complessi e frustrazioni di vario genere e grado etc...). I sintomi più frequenti: ansia, insonnia, depressione, alterazione del ritmo sonno-veglia, distorsione del tempo, alterata percezione di sé stessi, disturbi della personalità, riduzione della capacità di relazione e del contatto con la realtà, perdita della capacità di limitare il tempo trascorso in Internet, a danno di ogni altro impegno, fino al punto di credersi vitali e importanti in base al come e al quanto si appare in Rete. E, di seguito, queste le tre fondamentali componenti della dipendenza da Internet: 1) aumento significativo del tempo trascorso in Internet per ottenere soddisfazione; riduzione significativa degli effetti derivanti dall' uso continuo delle medesime quantità di tempo trascorse in Internet; 2) agitazione psicomotoria; ansia; pensieri ossessivi focalizzati su cosa sta succedendo in Internet in loro assenza; fantasie e sogni su Internet; movimenti volontari e involontari di typing con le dita; 3) accesso a Internet sempre più frequente o per periodi di tempo più prolungati rispetto all' intenzione iniziale; desiderio persistente o sforzo infruttuoso di interrompere o tenere sotto controllo l' uso di Internet; dispendio della maggior parte del proprio tempo in attività correlate all' uso di Internet (acquisto di libri on-line, ricerca di nuovi siti, organizzazione di file, gestione di gruppi, blog o forum, etc...); deprivazione di sonno, difficoltà coniugali, ritardo agli appuntamenti, trascuratezza nei confronti dei propri doveri occupazionali, sensazione di abbandono da parte dei propri cari. Questi tratti, un tempo propriamente tipici della tossicodipendenza, dell' alcolismo, del gioco d' azzardo patologico (GAP), dell' attività sessuale maniacal-ossessiva e dell' anoressia, sono oggi riconoscibili anche in quei soggetti che fanno un uso eccessivo di Internet, per soddisfare, sul piano virtuale, quello che non riescono ad ottenere sul piano della realtà. Chi è affetto da tale forma di psicopatologia tende a percepire il mondo reale come un vero e proprio impedimento all' esercizio della propria onnipotenza, che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale. I soggetti che utilizzano la Rete in modo 'folle', oltre a non percepire l' ammontare di ore già trascorse davanti al monitor, tendono ad adirarsi facilmente con chi li distoglie dal loro viaggio virtuale; situazione, quest' ultima, che può essere paragonata alla risposta che un alcolista dà a un amico trovandosi a una festa: "soltanto un bicchierino!", o a quella del fumatore che dice a sé stesso "solo un' ultima sigaretta e andrò a dormire!"; lo stesso processo mentale viene messo in atto dai dipendenti da Internet, che risponderanno irritati, a chi gli chiede di disconnettersi, "ancora un minuto e spengo!", oppure diranno a sé stessi, razionalizzando, "un altro minuto non farà molta differenza...", mentre, invece, rimarranno connessi ancora per ore e ore. Tuttavia Internet non è né alcool, né nicotina, né eroina, né cocaina, pertanto, una volta compreso come tutto ciò possa trasformarsi in una grande perdita di tempo, dovrebbe essere possibile controllare l' utilizzo del computer e ritornare ad attività e a incontri reali molto più produttivi e appaganti.
Bene, in effetti quel che ho riportato finora corrisponde, a livello di massima, a ciò che sono giunto a pensare riguardo questo strumento-vetrina dopo anni che ormai lo uso-frequento. Sì, credo proprio che un' esperienza-stagione debba andarsi a chiudere definitivamente, cioè l'abbandonare la gestione di questo (glorioso, a parer mio) blog al fine di potermi dedicare ad altro (sia in Rete che fuori). Gian Ruggero Manzoni, quale blogger, ha ormai fatto il suo tempo, e ora, nel vero, si reca “Oltre il Tempo” per dare forma (si spera) a nuovi progetti. Inutile dilungarmi in bilanci, mi basta solo dire che fin quando una persona si dedica a un qualcosa, questo qualcosa gli sta dando linfa, ossigeno, idee, stimoli, soddisfazioni etc. (oppure, e meglio, ci crede… o pensa di crederci), quando 'molla' è perché è sopravvenuto una sorta di, definiamolo, disincanto. Il 'gioco' non emoziona più... e io, nonostante il mio passato turbinoso e i tanti palpiti vissuti, di emozioni ci campo ancora... come spero voi. Ovvio che seguirò i lavori di blog fratelli come quelli di Massimo Orgiazzi, di Gianfranco Fabbri, di Massimo Sannelli, di Matteo Fantuzzi, di Carla Astolfi etc. e dei tanti amici che qui ho conosciuto, incontrato o reincontrato, ma di mio reputo di aver già detto-dato molto in questa sede. Mai, e sono quasi 4 anni, ho abbandonato la posizione; mai mi sono tirato indietro... seppure un sabotaggio-oscuramento subito, infiniti assalti, minacce, varie incomprensioni, rapporti, sebbene nati virtualmente, terminati  bruscamente-violentemente-selvaggiamente, offese, scazzottature verbali, linciaggi e 'omicidi' in diretta, più un qualche pasto totemico e, a volte, il non essermi comportato eticamente-moralmente con la giusta correttezza... ma il 'gioco' lo richiedeva o, almeno, pensavo, da sciocco, che così fosse, con l'occhio sempre e follemente rivolto al contatore delle entrate (e a chi non è capitato?) perché girasse, perché nuova gente arrivasse ad 'abbeverarsi' alle mie parole, rispondesse alle mie provocazioni, subisse i miei deliri, creativamente e umanamente reagisse, in bene o in male, ma pur reagisse alle 'scosse' cultural-esistenziali che pensavo di inviare. Quindi la stanchezza. Il non credere, più, alla valenza di questo strumento (ultimamente oltremodo inflazionato). Il bisogno di altri linguaggi espressivi. Oppure, e meglio, la necessità di tornare a quelli naturali, diretti, a viso, a sguardo nello sguardo… cioè a quelli ‘reali’, non ‘virtuali’, così come al rinnovato piacere per il cartaceo, per la lettura lenta e meditata, per i tempi lunghi, per l'assenza di assillo... infine per la libertà. Ecco, se ho iniziato a bloggare è perché, allora, la reputavo quale ulteriore possibilità di liberazione e di incontro fuori dai soliti circuiti intellettuali, ora, invece, è divenuta una specie di schiavitù. Resta il top di entrate avute in un giorno: 623, non poche per un blog personale, e, somma soddisfazione, un libro-antologia-enunciato di poetica titolato, appunto, “Oltre il Tempo” (edito da Diabasis alla fine del 2004)... non 'robe' da poco, non risultati da vergogna, ma, infine, il vero Oltre il Tempo l'ho vissuto fuori da qui, tra la gente vera, tra le parole con suono, tra gesti di vera intesa e scambi di strette di mano a contatto, a pelle, a carne e sangue, con coloro di voi che ho potuto, nel vero, incontrare, e con chi di voi nel vero incontrerò... quindi nella realtà, quindi in quel mondo, non più in questo, parallelo o tangente (come meglio vi pare) al primo. Ed è la realtà che infine dobbiamo vivere, mai come ora, ed è nella realtà che dobbiamo agire... il momento storico-culturale ce lo richiede, e sarà nella realtà che avremo modo di costruire e continuare a costruirci. Ed è lì che vi attendo, sempre fiducioso che la cultura unita al rapporto diretto possa cambiare le regole del gioco.
Vi saluto, amiche e amici miei. Ringrazio coloro che sono rimasti 'fedeli' a questo blog in tutti questi anni (la 'crema', una volta si diceva), e v'invito a seguire le miei tracce in USQUE AD MORTEM ET ULTRA dimensioni web che posso frequentare quando ne ho voglia, non per obbligo… non per ‘follia’ di esserci a tutti i costi.





domenica, 14 maggio 2006


Caro Gian Ruggero
ho avuto finalmente modo di mettere le mani sul tuo "La Banda della Croce". Mi imbarazza un po' essere io a dirti che l'ho trovato semplicemente splendido... Mi imbarazza perché non sono né scrittore né critico, ma la sua lettura mi ha emozionato e ci tenevo a fartelo sapere. Forse posterò una recensione sul mio blog a questa tua opera, ma ci metterò un po' a scriverla, e prima voglio rileggermelo. C'è da dire che è talmente immediato, talmente ricco e allo stesso tempo poverissimo di descrittività, racchiusa in frasi anche brevissime, che mi è rimasto tutto quanto impresso nonostante l'abbia letto in due ore. Le figure sono tracciate in modo semplicemente magistrale, soprattutto mi ha colpito quella di Halder. E ho poi apprezzato tantissimo la totale assenza di teatralità che si ritrova in momenti importanti del libro, come la morte di Luca, assolutamente realistica e senza fronzoli: la morte degna di un soldato, che ha già detto e fatto tutto quel che doveva.
Qualcuno ha detto che la Militanza non è che Arte. Questo è un libro sulla Militanza pura che va, per qualcuno dei personaggi, al di là di qualunque ideologia: Arte, appunto. Per questo è una storia vera i cui particolari sono ancora secretati! Tu comunque hai interpretato veramente in modo, ripeto, magistrale i sentimenti di questa gente. Di tutti: dai protagonisti, ai Figli d'Isaia, allo sgomento degli Americani, dei quali solo qualcuno comprende la portata dell'atto al di là della sua manifestazione esteriore. Insomma, ti ripeto che sono un po' in imbarazzo a dirti cose che già saprai e ti avranno detto! Però io non l'avevo ancora fatto e mi faceva piacere farlo, seppur in modo un po' confuso!!
Un salutone

O-Nami






mercoledì, 05 aprile 2006

Caro Gian Ruggero preferisco scriverti per meglio dire la forte impressione che mi ha suscitato il tuo romanzo “La banda della croce”.
Anche se avverto nel linguaggio il voluto ricalcare l’impronta cinematografica anni ‘40, mi ha colpito di più la costruzione letteraria, cioè come hai saputo imbastire la sceneggiatura del libro: ogni personaggio si staglia in plastica statura, e il sapore finale è fors’anche più drammaturgico che filmico. C’è molto simbolismo in questi personaggi – quasi epico – e ciò è profondamente letterario. Così direi quasi che questa straordinaria storia potrebbe vedersi meglio rappresentata in teatro che sui grandi schermi. Certo la pregnanza visiva della pellicola non ha eguali, e mentre leggevo immaginavo i lineamenti, la presenza corporale e gli atteggiamenti di ogni personaggio in chiave cinematografica... Qualcosa a metà fra Pasolini e Peter Jackson (connubio impensabile?!)
Però Gian Ruggero, ciò che colpisce del tuo romanzo non è tanto la pelle, il sapore (in questo comprendo anche la condiscendenza erotica che è ricorrente nella tua produzione e che – lo sai bene perché te l’ho già detto – mi vede tuttora un po’ estraneo), ma la sostanza, intendo dire il messaggio che fra le righe, nel dipanarsi della trama, tu ti preoccupi di dare in forma di commento. Questa, a mio avviso, è l’originalità del romanzo, sulla scia della scrittura epica tradizionale che mai è asettica, distaccata, cinicamente avulsa dal contesto narrativo (Céline docet), ma, al contrario, si applica con responsabilità creativa per “dare a ciascuno il suo”... Non è un giudizio il tuo, sia chiaro (altrimenti avresti fatto una favola didascalica, e non che reputi ciò un’offesa), ma è una sollecitudine autoriale nei confronti dell’operare artistico. Perché anche l’arte è un’arma e può offendere.
Il cinismo di tanta modernità mi appare sempre più come l’alibi individuale di fronte al crollo di un ordine normativo percepito come ineluttabile... poiché la retta via era (è) smarrita. L’artista della tradizione – Dante ma qualunque altro esempio vale – non potrebbe prescindere dallo scenario ideale (bene e male) che fa da sfondo a ogni azione umana. Non serve illudersi e illudere che non ci sia alcuna via da seguire, quando tutti sanno che l’uomo è pellegrino per natura e pertanto ha bisogno di un riferimento ("Signore, dove andremo?"), e se una storia non si perita di delineare “le due vie” alla fine diventa corresponsabile della confusione. "Long satan and Babylon are moving..." è il ritornello dei tempi ultimi, con i colori rosso e nero a contendersi gli onori nell’ascesa di un trono dell’abominio che ogni fedele d’Amore dovrebbe avere il coraggio di svelare e denunciare al mondo.
Così la chiave politica – che per qualcuno potrebbe sembrare in primo piano ne “La banda della croce” – a me pare solo un accessorio tematico e non risolutivo per interpretare il tuo lavoro. Come se un uomo si trovasse addormentato al buio, a giacere in uno spazio sconosciuto e pericoloso e dovesse svegliarsi all’improvviso: che importanza avrebbe, nel soprassalto dell’incubo, se si voltasse a sinistra piuttosto che a destra? Non è forse la sola luce che gli permetterebbe di vedere e fare fronte al pericolo? Una luce dall’alto, per illuminare il buio delle coscienze. E allora... "Mehr licht, più luce, let there be more light..." e in quanti l’hanno invocata e magari cercata proprio lì dove non c’era...
La figura di Holl è emblematica in questo senso. S'illude di volare alto come aquila, per sfiorare la bellezza dell’assoluto, ma in realtà la sua appare piuttosto la vertigine stomachevole di un’esistenza sfrenata, anche se irregimentata... come il motore perfettamente a registro di un bolide lanciato a 300 all’ora contro un muro. Sai che botto! Ma è questa la Bellezza? O non è piuttosto l’emozione adrenalinica che proviene dall’istinto bestiale? E' vero uomo colui che ricorre alla volontà per esaltarsi, anziché per umiliarsi? E non importa se non esalta se stesso, ma un’idea... Lo capisci, questo è antievangelo. Quindi è l’Anticristo che parla.
Pure mi sembra importante che alla fine, per il povero Holl, vi sia una parola di conforto. E guarda che strano, a dargliela è l’ebreo che lo sta per giustiziare, il suo nemico, quando gli dice che non è stato tradito. Anticristico anche in questo penoso frangente, nel non essere “tradito dai suoi”.
Ma noi crediamo proprio nell’Innocente tradito dai suoi, in quell’uomo di Nazareth fatto a pezzi sul Golgotha. Sputato e deriso dal mondo che non poteva capirlo... solo i piccoli e la madre sanno che cos’è l’umiltà. Piegare la testa e la schiena a un destino di appannata felicità, giorno per giorno, anno dopo anno, certi solo del dovere di non peccare e del piacere di un giudizio favorevole – è la speranza – alla fine di questo mondo. Dice Holl: “Siamo stati l’ultima bellezza del mondo " (?) No, certo... perché l’ultima Bellezza del mondo non potrà che essere la prima: la gloria del Figlio, il Re dell’universo quando verrà a giudicare i vivi e i morti, e sarà il suo Volto santo che si aprirà nel cielo squarciato. Da oriente a occidente. E tutti i potenti della terra sentiranno sì, in quel momento, vera adrenalina scorrere nel proprio sangue tramutatosi in fango gelido... Tutti gli omicidi, i menzogneri, i violenti, i ladri e lussuriosi, gli accidiosi e gl'invidiosi... Tutte le anime irrigidite e morte dentro, inutilmente prominenti come i rametti congelati che debordano sul sentiero, d’inverno... il bambino ridente li spezzerà via dai rami sani, gettandoli a terra per essere distrutti. Allora guai ai superbi, e pace a chi – nella vittoria o nella sconfitta – si sarà mantenuto umile. Sempre tuo con affetto

Mario Bottinelli Montandon 





domenica, 08 gennaio 2006

“Non vi sgomenti il numero e non cedete al panico. Punti ciascuno avanti con lo scudo, odii la vita, ami le Parche brune della morte come raggiante chiarità.” Tirteo

La lettura de "La Banda della Croce" ha accompagnato queste prime giornate del 2006, riaprendo alcune questioni che, nel corso del "quasi un anno" di frequentazione del blog di Gian Ruggero Manzoni (quando era ancora aperto ai commenti) erano state spesso avvicinate, ma mai disvelate in tutta la loro numinosità, anche perché non si tratta di cose di cui si possa agevolmente discettare in quella che era pur sempre una "piazza" - aperta inoltre a tutti i fraintendimenti che derivano dalla mancanza della persona fisica, la mancanza cioè di quel corpo che può fare, in qualche modo, da garante alle idee che si cristallizzano in parole, e sono costrette quindi ad avvalersi delle "carte segnate del baro".
Non mi interessa considerare il libro da un punto di vista letterario, né da un punto di vista storico. L'appello del libro mi sembra infatti totalmente personale: una pericolosa esposizione a certe fascinazioni che ci danzano davanti in forme diverse nelle diverse stagioni della vita. Quel grumo che intreccia perversamente alla violenza e ad un' insensibilità che diviene facilmente assoluta verso gli "inferiori" (qualunque sia la dimensione prescelta per stilare la graduatoria) alcuni valori ai quali non si rinuncia senza pagare un grave scotto, come il coraggio, l'orgoglio, il senso di dignità, e persino una certa forma di "bellezza". Un grumo contraddittorio che sembra alla fine andare a coincidere con quello che è probabilmente uno dei pochi "archetipi" veramente autentici: quello del "guerriero". Gian Ruggero diceva spesso che l'umanità è giovane, io aggiungerei che l'umanità si è sviluppata per molte migliaia d'anni in forma di "banda", più o meno associata ad altre sotto qualche idea di tribù, o di stirpe comune, e spietatamente ostile a tutto il resto. Mi appare dunque del tutto ovvio come certi meccanismi, cognitivi e vitali, possano entrare in una crisi profonda nel momento in cui debbono realmente confrontarsi con il più recente fenomeno della "massa" - evidenza annichilente, nella sua terribile concretezza, più di qualsiasi "disinfezione" dai miti che possa giungerci da quel "discorso scientifico" che si rivolge soltanto alle zone più astratte, evolute e giocose della nostra mente - mentre quell'evidenza si avverte invece nelle viscere, con le quali non si gioca.
"Se Dio non c'è, tutto è permesso", questa è l'elementare ma abissale filosofia de “La Banda della Croce”, aldilà del recupero di certe crudeli mitologie di un'umanità bambina, con le quali si tenta disperatamente di ridare colore al grigio assoluto di un'esistenza così disvelata.
Non mi è difficile cogliere i meccanismi che sembrano tenere assieme tale gruppo. Basti dire di averli già vissuti (anche se in forme largamente eufemizzate e simboliche) nei lunghissimi anni della "compagnia" adolescenziale, con i suoi giri, le sbronze, le risse, le enfatiche amicizie, il narcisismo di gruppo, il ritrovarsi ad essere realmente "definiti", nella propria essenza, dallo sguardo altrui, cioè di coloro che si ammirano - con lo sguardo femminile ufficialmente perseguito, ma quasi ridotto al rango di un "certificato di garanzia". All'interno di una simile dinamica può davvero succedere di tutto: si tratta proprio della "partecipazione mistica" di Levi-Bruhl, tale e quale. Cosa poi succeda davvero, dipenderà dalle circostanze, storiche e personali. Non posso che benedire il fatto di avere incrociato circostanze tutto sommato favorevoli, perché queste saranno sì cose importanti, ma non sono certo tutto, e si tratta inoltre di cose - soprattutto - che sono intessute di menzogna, per quanto disperata e vitale questa possa essere.
Cominci ad accorgertene da certi particolari, da certi scollamenti del palcoscenico, che reclamano di essere approfonditi. Ricordo un paio di simpatici "amici", di una compagnia "alleata", che esercitavano un fascino particolare anche per il fatto di riuscire sempre a vincere le risse, che ricercavano attivamente, anche nei confronti di avversari all'apparenza temibili. Mi sono alfine accorto che tali "vittorie" si basavano sempre sul fatto di riuscire a tirare un terribile colpo iniziale (che determinava l'esito dello scontro) pressoché a tradimento, in certe fasi di preparazione (per esempio uscendo dalla discoteca per andare a picchiarsi all'aperto) rompendo una "sportività" che d'altra parte nessuno aveva mai esplicitamente sottoscritto, e che nel violento prosieguo appariva poi del tutto assurdo reclamare. In altre parole, l'essere più cattivo, più carogna, più pazzo, o quello con "meno da perdere", ti fornisce un vantaggio fondamentale, ma che manda logicamente a rotoli tutta l' "etica" guerriera, nella quale il coraggio è legato all'assunzione volontaria di rischi autentici. Si tratta di quella stessa dinamica appassionatamente indagata da Hemingway nella sua straordinaria "Morte nel pomeriggio": la tecnica rende facilmente il duello - con una Morte più o meno probabile e vicina - una frode. C'è forse merito nel battere un avversario manifestamente più debole fisicamente, o tecnicamente inferiore, oppure inavvertito del pericolo? Direi che è proprio il contrario, si tratta cioè di vigliaccheria, ma il brutto è che il meccanismo, una volta innestato, funziona lo stesso, perché la coscienza dell'uomo funziona, si sa, a compartimenti stagni. E questo lo si vede chiaramente anche nel "funzionamento" di quella banda di sciagurati.
E d'altronde la Storia è piena di simili "eroismi". I mercenari svizzeri, o i lanzichenecchi, si rifiutavano di combattere se venivano a sapere che nel campo opposto militavano delle truppe parimenti dotate. Sarebbero questi i valori "guerreschi" che siamo chiamati ad ammirare? Beh, direi che preferisco l'umanissima tenacia dei "miei" alpini, che in terra di Russia, in una guerra che sentivano loro imposta ed ingiusta, hanno mantenuto armi e disciplina e sono riusciti, con enorme sacrificio, ad aprirsi un varco in quella sacca. Senza superomismi, lasciando negli stessi avversari, e nella popolazione civile, dei sentimenti sensibilmente differenti da quelli provocati dal "furor teutonicus". Sentimenti che hanno reso possibile anche quell'incredibilmente cavalleresco - dato il contesto - bollettino di guerra russo ("soltanto il Corpo d'Armata Alpino Italiano deve considerarsi imbattuto in terra di Russia") che, per quanto forse parto di una mente - quella di Stalin - alquanto perversa, non avrebbe tuttavia potuto darsi in assenza di una certa plausibilità .
Ma un’esperienza diretta (cioè inscritta nel corpo attraverso la fatica, attraverso attriti corporei, e non solo mentali, con una certa realtà) - per quanto simulata - dell' "uso delle armi" che si attua nell' odierna guerra di massa, mi rende semplicemente refrattario alla riproposizione di determinate prosopopee: mi è ormai del tutto chiaro come gli "eroismi" possono soltanto punteggiare marginalmente quella che si è ormai da tempo configurata come un'impresa abissalmente anti-umana e profondamente assurda, di una stupidità disperata e disperante, e che sarebbe folle e criminale tentare di rivalutare in chiave estetica, come hanno tentato di fare i futuristi. E' vero che la guerriglia, riconducendosi all'antica dimensione di banda, sembra rimanere ancora aperta ad una dimensione epica, ma non dimenticherei che la guerriglia si basa fondamentalmente sull'imboscata, cioè sull'inganno, ovvero sull'essenziale vigliaccheria a cui è costretto un avversario che non ha la possibilità di emergere alla luce del sole per uno scontro aperto e decisivo.
Coraggio nella vigliaccheria e vigliaccheria nel coraggio: non mi sembrerebbe saggio puntare l'esistenza su simili "doppi vincoli". Se cerchi davvero un duello con la tua Morte, mi pare esistano vie assai più nobili. L'alpinismo, per esempio, mi pare un'alternativa eccellente: ogni volta che la tecnica da te acquisita ti regala un margine ulteriore di sicurezza, tu lo puoi erodere aumentando le poste. Puoi così rimanere costantemente entro l'aria rarefatta ed eroica di quel confine, di quella prossimità, e senza fare danno ad alcuno. In fondo, cosa mai avrebbe di "divino" il sopprimere vite altrui? Non è forse prerogativa di un qualsiasi imbecille che si ponga ubriaco alla guida di un'auto? Se in gioco ci sei tu, l'universo e il dio assente, cosa c'entrano questi poveri altri? Non c'è bisogno neppure che sappiano ...
Ma ritornando alla mistica di uno scontro "sportivo": è evidente come essa sia logicamente esposta all'insinuarsi della tecnica, che si pone sempre nella cangiante doppia veste di abilità e di frode: conteranno ancora i muscoli oppure è arrivato il momento dell'acciaio migliore? Contano ancora il coraggio e la foga individuali oppure è arrivato il momento della disciplina di gruppo, che ci consente nuove e micidiali combinazioni? Ma saranno stati tutti messi bene al corrente di certi cambiamenti nella natura del gioco? La "freccia del parto" che scocca - parimenti mortale - dall'uomo in ignominiosa fuga, si prolunga idealmente entro tutte le astuzie del machiavellismo (comprese quelle che tendiamo a noi stessi) fino ad arrivare alla negazione completa dello "scontro cavalleresco", che i Dobu hanno avuto il coraggio di mettere in parole:
"Se vogliamo uccidere un uomo lo accostiamo, mangiamo, beviamo, dormiamo, lavoriamo e riposiamo con lui, magari per parecchie lune. Aspettiamo il momento giusto. Lo chiamiamo amico". [da Ruth Benedict, citata da Erich Fromm in "Anatomia della distruttività umana" ]
Per tutti questi motivi, il fascino di certe dinamiche è ormai per me ampiamente neutralizzato. Ringraziando Gian Ruggero per una lettura come al solito intrigante, vorrei suggerirgli di confrontarsi con i temi esposti da Giuseppe Fornari in “Fra Dioniso e Cristo - La sapienza sacrificale greca e la civiltà occidentale” . Vi troverebbe, credo, spunti degni della sua grande capacità di andare a fondo nelle cose, per poi magari riferircene. Ne voglio citare un brano, anche perché ho intenzione di riprenderlo in mano: "La storia dei fraintendimenti violenti del cristianesimo dimostra ampiamente come l'uomo, se mi si passa l'immagine, sia una sorta di ‘drogato’ sacrificale, che non può passare ad un regime privo di sacrificio senza drammatiche ‘crisi di astinenza’. Da qui le interpretazioni ancora sacrificali del messaggio, che permettono all'umanità che ne viene toccata di sopravvivere nella propria violenza alla rivelazione, di instaurare un regime intermedio tra sacrificio e assenza di sacrificio che è quello che stiamo ancora vivendo, quello degli infiniti testi di persecuzione giudiziari, politici, filosofici, ideologici di cui è costellata la nostra poco piacevole storia, quello in cui al cristianesimo è rinfacciata la violenza di coloro che l'hanno frainteso."


Elio Copetti

 



giovedì, 29 dicembre 2005

Dobbiamo riconoscerlo, Gian Ruggero: è difficile parlare del tuo libro "La Banda della Croce". Ci fa paura, ci irrigidisce, ci mette ansia. E' difficile parlarne perché sotto sotto, quel nero, quel marcio, quel putrido, quella nefandezza, quella sporca aria di corruzione e di cinismo, di immolazione e distruzione, di dedizione e vaffanculismo, che filtra da ogni tua parola, ci attanaglia tutti. Sotto sotto, di corruzione e di cinismo siamo impregnati fino all'osso, come l'umido di questa brutta maglia che porto. Ne hai fatto un elenco, per bocca di quel fascista che porta il mio nome nel romanzo: Cinismo. Opportunismo. Aridità. Vigliaccheria. Falsità. Egoismo. Ipocrisia. Bramosia. Convenzioni. Circostanza. Convenienze. Potevi continuare per una pagina intera. Tu li attribuisci a loro, a quei criminali, a quelle iene votate ad un spietato ottuso eroismo, ma nel leggere quella sequenza io li sentivo rimbombare dentro di me, uno ad uno, uno dopo l'altro, in fila, nessuno escluso, presenti dentro di me. E infatti faccio questa domanda alle varie persone che ti hanno scritto un commento al libro sul blog: Marco Lodoli, Gianfranco Fabbri, Ivano Nanni, Filippo Davoli, Massimo Sannelli, Ermanno cavazzoni, Salvatore Scafiti, Pasquale Giannino, Davide Nota, Stefano Massari, Sauro Mattarelli, Giuseppe Cambiano, Giovanni Aliberti, Sidha, Claudio
Sanfilippo, Matteo Veronesi etc., come vi confrontate con l'opportunismo, le convenienze, la bramosia, l'egoismo, l'ipocrisia, la vigliaccheria,
l'aridità che dilagano come un cancro, come un tumore, come una metastasi, nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri luoghi di
lavoro, nelle strutture degli ospedali, nelle strutture e nelle organizzazioni sindacali e politiche, nei nostri luoghi letterari, e
che Gian Ruggero Manzoni ha così mirabilmente descritto nei nazisti, fascisti e puttane che compongono sia la Banda della Croce che la
Polizia che la bracca? Nelle dittature la vera persuasione è intimidire e spaventare fisicamente. Nella nostro paese, nei nostri
anni, la vera persuasione è intimidire e spaventare psicologicamente, in modo che tu capisca che ne vale la tua carriera, il tuo futuro, i
posti di lavoro che potrai avere o non avere se dici certe cose, se ti comporti in un certo modo. Vedi gente molto premiata, ti vedi molto
emarginato e scegli la strada di loro. E la strada di loro è l'ambiguità, la melma, il fango, la nebbia, la sopravvivenza, il
politicamente corretto che non disturba nessuno e lascia tutto com'è, la Storia, la Grande Storia, che sta sopra di noi che ci ingabbia, ci
costringere,come nella minuziosa, ripetuta, descrizione che Manzoni fa dei loro connotati sociali ("Erano Richard Wulff e Wotan
Brunner, detto Odino, già guardie del corpo di Franz Stangl, comandante del campo di sterminio di Treblinka, poi membri dell'Ufficio IVB4 della
Polizia di Sicurezza del Reich, l'autorità incaricata….."). Insomma, dopo aver letto di questi delinquenti che non hanno un soffio di voce,
di carità, di purezza, di candore, di accoglienza, di fratellanza, di perdono, votati alla solitudine e alla morte come compimento del loro
vuoto eroismo, come sopportate la mancanza di voce, di carità, di candore, di fratellanza che avvinghia la nostra situazione attuale?
Chi c'è batta un colpo. E qualche parola.

Luca Nannipieri






giovedì, 22 dicembre 2005

Caro Gian Ruggero ho letto il suo romanzo e le esprimo in sintesi il mio parere. Ottimo lo stile da narratore-cronista. Generalmente, quando leggo un libro, mi capita di trovare qualche passaggio che non mi convince del tutto, così immagino come avrei potuto renderlo se fossi stato l’autore: in questo caso non è successo, tranne che per i dettagli tecnici delle armi, su cui forse avrei sorvolato. Non mi ha colpito particolarmente l’idea di farcire la trama con delle storie d’amore dal tragico epilogo, di cui una gay (questa sì, mi sorprende, se penso agli omosessuali trucidati dai nazisti…). Del resto è un intreccio già sperimentato, molti anni fa, dal grande Hemingway di Addio alle armi. Non credo nemmeno che il punto di forza del romanzo sia la volontà, in ogni caso meritoria, di trattare una vicenda taciuta per anni e ancora per certi versi oscura. Altri fatti analoghi, di cui si è scritto, accaddero anche in Italia su ambedue i fronti. Tuttavia il suo libro traccia una linea di confine – inequivocabile negli ultimi capitoli – rispetto alle vicende italiane. Nella nostra penisola, oltre alle vendette personali che pure ebbero luogo, vi fu, sul fronte comunista, la volontà di sopprimere quanti – non solo fascisti – avrebbero potuto ostacolare un’eventuale prosecuzione della guerra civile finalizzata alla conquista del potere; sull’altro, il primo episodio imputabile alla cosiddetta strategia della tensione – l’eccidio di Portella della Ginestra, perpetrato il primo maggio 1947 contro alcuni dirigenti sindacali – che vide protagonisti ex marò della famigerata X MAS, mafiosi, agenti segreti americani… La banda della croce agiva – consapevole e fiera di andare incontro alla morte – esclusivamente sotto l’impulso estremo di quella cultura idealistico-romantica che aveva trovato nella Germania di Hitler la sua espressione parossistica. In questo risiede, a mio parere, la grandezza dell’opera. Lei rappresenta i fatti con un linguaggio crudo e diretto. Ogni giudizio etico sarebbe superfluo. A un certo punto, dimostrando una capacità di immedesimazione straordinaria, riesce a fornire, attraverso i suoi personaggi, i motivi psicologici del loro folle disegno. Alla fine, immagina che siano i Figli d’Isaia a eliminare gli ultimi camerati e che uno di questi, in punto di morte, quasi volendo riconoscere una pari dignità agli odiati avversari ebrei, dica: “Non c’era posto per due popoli eletti. Abbiamo fatto una buona battaglia.” Qui, francamente, mi pare che travalichi l’ambito di un’immedesimazione verosimile. In definitiva, lei ha scritto un buon libro, all’apparenza incentrato su una vicenda minore, che in realtà può suggerire vaste e profonde riflessioni.

Pasquale Giannino




mercoledì, 23 novembre 2005

Caro Gian Ruggero anzitutto spero che tu stia bene. Solo un cenno per salutarti e dirti che ho appena finito di leggere il tuo ultimo romanzo "La Banda della Croce". Mi sembra che la tua scrittura navighi tra il "pulp d'autore" e la pittura iperrealista, un po' come se Luc Besson e Santiago da Campo decidessero un giorno di scrivere un romanzo storico a quattro mani. Tuttavia, al di là di ogni considerazione filologica, quello che mi ha colpito è un quid del libro - una luce, un nitore particolare dell'intentio operis che instaura una complicità speciale tra il lettore e l'autore. Un sentimento elettivo (meglio, co-elettivo) che a un certo punto assorbe intentio auctoris e intentio lectoris, i due mondi dell'autore e del lettore in un unico progetto:
cambiare la storia per cambiare il mondo (per dirla alla maniera di Altroverso). Con questo libro tu celebri la rivincita della memoria offesa sull'Alzheimer della storia. Senza paura di insegnare quello che c'è da insegnare e bruciare quello che c'è da bruciare, restituisci ai fatti la loro
ontologia, alle persone la loro dignità. Del resto ormai tutti sanno che solo Gian Ruggero Manzoni riesce a smentire la storia senza smentire se stesso. Un abbraccio e spero a presto.

Luigi Fabio Mastropietro





domenica, 30 ottobre 2005

Caro Gian Ruggero dopo aver letto il tuo ultimo romanzo, nei diversi, a volte anche acuti, commenti qui sotto presentati mi pare non emerga un elemento tipico della tua scrittura: il suo essere pittura. Potrebbe sembrare stravagante questa mia considerazione, soprattutto perché non sono un critico letterario e la mia 'competenza' potrebbe essere facilmente attaccabile, ma mi pare che leggere le tue opere letterarie sotto questo punto di vista potrebbe aprire uno scenario nuovo, interessante, considerato quanto sia forte e imprescindibile il tuo rapporto con la pittura. In questo lavoro, in particolare, tutta la tua vita pittorica sembra emergere con un certo impulso. Quando le azioni incalzano, quando le atmosfere sembrano scivolare e precipitare, allora, in quell'istante difficile da localizzare, caleindoscopicamente, la frase, la parola, cominciano a scomporsi e ricomporsi in segni, che non sono più scrittura ma pittura, disegno. E quando leggo i tuoi scritti, siano poetici o narrativi, vivo liquidamente tale passaggio. Tutto questo movimento vischioso, secondo me, mette in crisi le istanze della scrittura, e non mi pare perché si faccia stilo (come nel suo bell'intervento ha scritto Massimo Sannelli), ma più semplicemente e paradossalmente pittura: una seria sgrammaticatura pittorica. E credo, ripetendomi, che questo tuo rapporto, vitale, con le arti visive non debba essere trascurato. E sono proprio queste sgrammaticature a far vivere semmai una crisi dello stilo a favore della carne pittorica. Usi il segno letterario per tagliare la membrana che lo separa dal mondo visivo, sino a passare totalmente dall'altra parte. Questo suono impazzito, senza misura, arriva, grazie a ciò, diretto al bersaglio, e apre delle ferite tutte pittoriche nelle quali i tuoi personaggi possono individuare le linee sulle quali piegarsi, organicamente, verso il proprio centro, e, inorganicamente, verso l'assoluto: un segno sgrammaticato che tenta di strappare la Figura (visiva) al figurativo letterario per portarlo verso il disastro. "La Banda della Croce" è un lavoro fulmineo, carico di gesti massacranti e massacrati, ma non un gioco al massacro.

Salvatore Scafiti

 




venerdì, 28 ottobre 2005

Caro Gian Ruggero i personaggi del tuo romanzo sono votati alla morte e molto platealmente decidono di uscire di scena. Conoscono il loro destino e non se ne preoccupano, tutta la loro energia defluisce nel grande buco nero della Bella Morte agognata e premeditata. Caduta l’illusione del mito millenario di rinascita e purificazione non hanno più nulla che li possa dividere dall’assoluto che appartiene a tutti noi. Questo concetto che, a mio avviso, è sinonimo di eternità, non appartiene al genere umano se non come ultimo atto della propria esistenza. Solo nella morte incontreremo l’assoluto. L’eternità ci attende nella tomba. È vero che per molti la morte è preludio alla vita eterna, è rinascita o perdizione, ma per quelli che non cullano simili pensieri non c’è assoluto che non sia semplicemente assenza di vita. Tutte le dottrine o concezioni che hanno avuto come perno l’assoluto e che hanno cercato di realizzare qualcosa di immane e di potenzialmente eterno hanno fallito. Il Terzo Reich è durato dodici anni: ha lasciato dietro di sé macerie che ancora fumano, ruderi che stanno crollando e una memoria che sta sbiadendo. Il destino di questi e altri progetti è l’oblio. È nella natura umana essere dimenticati, perdere per sempre il ricordo di ciò che è stato. È solo questione di tempo. Perfino un dominio ben più grande e duraturo, quello di Roma, che ha lasciato segni di immensità, è destinato a ripiegarsi su se stesso afflitto dalla dimenticanza e assediato dalle piogge acide che segnano l’agonia lenta di millenari monumenti, già ridotti a mozziconi. In essi rimane l’idea di eternità, è vero, che per noi già è molto che si spinga a qualche manciata di millenni, però, lentamente, quella lusinga sta scomparendo, perché la pietra si sta consumando, e proprio nella pietra stava iscritta la grandezza dell’Impero; tutto sta crollando, ed emerge da quei ruderi solo la sconfitta e il fallimento delle gesta umane... seppure gloriose. Mi sembra che l’immensa edificazione generata da una volontà inesausta non fosse tanto per tramandare ai posteri l’idea di assoluto che avevano i Romani e i nazisti, ma quello di ricordare a loro stessi quanto erano grandi nel “loro” presente, vivendo l’eternità giorno per giorno, mentre la edificavano. I Romani lasciando segni di esistenza, i nazisti segni di fine.
Se questo concetto lo applichiamo alla vita di un artista troviamo che l’eternità non ha “Futuro”, non esiste in prospettiva temporale, ma esiste nella contingenza subitanea dell’attimo. È qualcosa di privato. Attendere in questo caso non porta a nulla. È solo nell’atto creativo che spazio e tempo si annullano e si vive nell’eternità che noi stessi realizziamo... oltre non c’è niente... cioè l’Assoluto Totale (se così posso dire), riassumibile nel concetto di Morte; ma a chi interessa veramente? Lo subiamo, è una necessità dell’umanità, forse è una pulsazione del Cosmo che, per mantenere la sua Eternità, ha bisogno di annientare le sue parti, di volta in volta, con metodica certezza, e ricrearle sempre uguali e sempre annullabili… parti che, dotate di vita propria, desiderano vivere in eterno, scambiando i loro destini per il destino del tutto. Per fortuna esiste l’arte, che consola e conforta, e dona per un attimo quell’eternità che non sta in nessun altro luogo...

Ivano Nanni





martedì, 25 ottobre 2005

Caro Ruggero eccomi qui, assieme a te, seduto piacevolmente al tavolo di una bella caffetteria di Forlì o di Ravenna, mentre si discute del tuo ultimo romanzo “La banda della Croce”. Mi facilito il compito ripercorrendo la trama.
Innanzitutto voglio dirti che scrivendo quest’opera ti sei assunto la grande responsabilità di dipingere una terra di nessuno, un limbo di situazioni dolorose che la Storia non ha sufficientemente analizzato. Parlo naturalmente dei momenti posteriori alla fine del secondo conflitto mondiale, all’interno cioè del tempo in cui, in parallelo con il trionfo degli Alleati, si muoveva tutto un insieme di irriducibili difensori del Terzo Reich. Questi fedelissimi appartenevano a varie bande, la più nota delle quali fu proprio quella definita della Croce. Contro di loro operavano gruppi di ebrei desiderosi di vendetta; dalla stessa parte, invece, viveva tutto un variegato corredo di donne fatali, un po’ spie un po’ puttane, le quali procuravano documenti falsi agli ex nazisti in procinto di fuggire in sud America. Questo tu tratti nel tuo romanzo, stando bene attento a non mettere troppa carne al fuoco, perché veramente i personaggi sono tanti, da una parte come dall’altra. Ebbene, nonostante un inevitabile addensamento, talvolta didascalico, nel presentare il “cast”, riesci onorevolmente a sfilare via, pagina dopo pagina, verso l’epilogo drammatico (proprio come quello di una tragedia greca, sì), passando attraverso gli agguati compiuti dai componenti la Banda, con lo scopo di dare un ultimo colpo d’ala al senso dell’onore e a quello dell’estetica della morte.
Ma chi sono veramente i protagonisti di questo consorzio di disperati? Sono gli stessi ideali del nazismo fatti persona; sono cioè un misto di attrazione fatale per l’occultismo, per il mistero e per la predestinazione ad essere Dèi Supremi, nella galassia degli Olimpi planetari. Sono, in definitiva, l’essenza stessa del Fuhrer. Vivono di estreme contraddizioni: sono iper-virili, conquistatori, violenti, fedeli all’idea scelta; sono anche, di converso, dediti alle droghe, all’omosessualità (che nel contempo vietano agli uomini di razza “inferiore”). Sono tutto ciò che l’uomo desidera, al di là del senso del Bene e del Male. In quanto individui superiori, sentono la necessità di permettersi qualsiasi cosa, senza che la coscienza possa muovere un pelo, giacché il Dio che in loro si agita non ha spie che possano individuare il muro del limite. Su questo fronte, perduta la guerra che Hitler aveva promosso all’intero pianeta, il formicaio di irriducibili, determinati a distruggere i Comandi Alleati, risultano come l’ultimo rigurgito di fedeltà a un mondo considerato di “estrema bellezza”. Con il 1945, e per alcuni mesi del 1946, gli eroi negativi della Banda della Croce sembrarono aver ubbidito del tutto al fattore irrazionale su cui il Nazismo aveva in parte posto le proprie fondamenta. Secoli di grande cultura teutonica svaniscono in un battibaleno, e si avvalora il trionfo di una sorta di nuovo medioevo, dai caratteri gotici, foschi, romantici ed infernali.
Questo, sei riuscito a dire, caro Ruggero, con grande dinamismo di scrittura, sgusciando, come già accennato, da un quadro all’altro (ora tra il dire concitato degli ebrei cacciatori, ora tra i dialoghi dei militari anglo-americani e infine tra quelli dei grandi “ribelli”). Ci hai regalato un fitto spaccato della confusione, dell’abbandono di ogni valore, oggi considerato ortodosso: oltretutto, smarcandoti con perizia dalle trappole narrative che tu stesso ti eri fabbricato, tramite il ricorso a frequentissimi particolari tecnici delle armi usate nei molteplici assalti per le strade di Amburgo, la città dove si svolge la trama.

Questo mi sento di dirti, all’interno del nostro bar.
Ma vedo che, tra una parola e l’altra, abbiamo fatto incetta di paste e cioccolato in tazza.
Sarà forse l’ora di salutarci?
Ti auguro allora un buon successo e ti faccio una raccomandazione: distribuisci bene questo tuo libro; fa’che transiti su tutti gli scaffali delle italiche librerie: i nostri ragazzi hanno bisogno di un segno che resti nella memoria collettiva. Tuo

Gianfranco Fabbri 





mercoledì, 12 ottobre 2005

Caro Gian Ruggero con il tuo romanzo hai, a mio avviso, messo un piede nella lirica. Non mi sembra un caso che Georg Halder nella pienezza delle sue facoltà distruttive alla festa danzante canti Wagner mentre scarica i caricatori delle sue automatiche sui vincitori del conflitto. Del melodramma, “La Banda della Croce” ha tutto. Una storia di torbide passioni e un’epica di riscatto e vendetta, una storia d’amore in nero che sfocia nel delitto, i personaggi scolpiti nel granito dalle mascelle forti e dalle fronti spaziose, i personaggi di contorno che vischiosamente tramano nell’ombra, la musica wagneriana di sottofondo e una scenografia cupa. Ma su tutto svetta un cameratismo fosco e vagamente omosessuale che strizza l’occhio ai melò Fassbinderiani anche se qui il sottoproletariato non c’entra per niente. È una ballata macabra in nero. È come un drappo funereo che sventola nell’aria nebbiosa di una città fantasma prima che venga definitivamente strappato e con esso sepolti i duri e puri che avanzano nel cuore di tenebra della loro infinita passione...
Forse la degna morte dei protagonisti di questo nudo calvario, o la Bella Morte, è un palcoscenico con un coro e un’orchestra che annuncia lampi e tuoni e cunicoli di oscurità e nicchie di luce strappate alla monotonia di un’esistenza grigia, torpida e senza futuro...
Mi piace pensare che si possa trattare il melodramma come fosse un genere pulp e che forse questo genere, che chiamarlo “melopulp” non mi sembra sconveniente, tanto per intenderci, sia un modo per dire che in fondo, nella carneficina e nell’annullamento, si chiude tutta l’epica folle di un tempo che è appena trascorso e che tuttavia produce epigoni foschi ed evidenti...
Un giorno Joseph Goebbels ricevette nel suo studio il grande regista Fritz Lang che aveva appena presentato il suo film Metropolis...
Hitler ne era entusiasta, e Goebbels offrì a Lang la possibilità di rimanere in Germania e di entrare a far parte della Storia del Reich, di contribuire a edificarne la cultura... come quell’attore Hendrik Hofgen, che nel grande stadio di Berlino venne abbacinato dalla luce della Storia...
Lang era incredulo e disse...
- Mi scusi, ma lei forse non sa che io sono ebreo...
Al che un sorridente Goebbels rispose...
- Non si preoccupi, lo decidiamo noi chi è ebreo e chi non lo è...
L’indomani Fritz Lang si imbarcava per gli Stati Uniti...
Gli stessi Stati Uniti che ora dicono la stessa cosa...
- Decidiamo noi chi è il nostro Nemico...
Mi piace pensare al tuo melodramma sulla follia nazista non con il pensiero rivolto all’Assoluto di un ideale, peraltro già giudicato dalla storia dei popoli come infamante, ma come una chiave per giudicare ogni ulteriore sconfitta che abbia come ideali quel simbolo o altri simili sempre e comunque infamanti per l’umanità...
Poi il Cino Cavalcanti mi ricorda molto il Giusva Fioravanti dei Nar, un po’ una Banda della Croce a modo loro, con i suoi ideali di purezza, onore, e sacralità alla parola data, e vendette contro i traditori e le sparatorie con la polizia e i rossi... non credo siano personaggi negativi... sia gli uni che gli altri... è negativo il contesto che li ha prodotti e per questo le loro azioni sono spregevoli...
Sono convinto che le stesse persone, in contesti non sanguinari, sarebbero stati degli ottimi amministratori della Giustizia o dei bravi economisti...
Che sia la storia a fare gli uomini e non il contrario?
Ti saluto e ti ringrazio, magari ne parliamo... Au revoir, mon ami...

Ivano Nanni 





martedì, 04 ottobre 2005

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Caro Gian Ruggero, ecco la lettera-saggio che ti ho promesso. Dunque sto scrivendo ad un segno vivente di contraddizione, e La banda della croce è un romanzo sulla contraddizione. Scrivere a te, su di te, essere tuoi amici significa collocarsi, rinunciare all’amicizia di chi non vuole essere tuo amico e ti odia, a torto o a ragione. Non è questo il problema, credo (lo dicevo in macchina, a te e a Salvatore e ad Andrea: non è come scegliere se fare i partigiani o i repubblichini: si tratta solo di dire poche parole civili a Gian Ruggero Manzoni). Il problema è normale: da una parte della rosa, ad esempio, c’è Busi – che dice che dormendo due ore in più sottrarrà due ore alla vita (e per questo dico che Busi è come morto, e quindi attivissimo: la vita lo ha abbandonato, abbandonata da lui; una cosa simile accade in Pasolini, che è attivo quanto Busi); dall’altra c’è una società delle menti caotica, iperattiva come Busi, ma estremamente personalistica: ogni mente ha le sue idee, la sua vita, la sua personalità, il suo hortus conclusus. Le sue frasi tipiche sono: mi faccio la mia vita, lotto per le mie idee, io credo, io mi impegno. Allora dialoghiamo, sempre, e ci ricordiamo a vicenda: dialoghiamo, dialogate con noi, perché non dialogate? Confrontiamoci! – Alla fine non si discute molto, mai: siamo persone, che criticano persone, che contestano persone, che amano persone, che aiutano o ostacolano persone. Una marea di IO che ama/odia altri IO: e che se decide di uccidere, inizia dall’altro (e può anche morire direttamente, da kamikaze, con l’altro: purché l’altro muoia con IO e per mano di IO: “Uccidere un nemico dà forma completa alla tua identità, al tuo ideale, e mostra la forza del tuo carattere”: p. 62). Ma Busi è più eversivo di qualsiasi eversore: in lui IO è morto (e per quanto lo riguarda, regna la Scrittura). Vorrei la stessa cosa per me. E così ho battezzato criticamente le mie ossessioni: come tu fai con le tue. Dunque ho fatto della poesia vita, e della poesia-vita una religione. Nel momento in cui non si vive, bisogna che tutto diventi serio, se non sacro: una cosa su cui si lavora è tutto. Questa cosa è seria e sacra. 

Questa premessa sembra metaletteraria e invece riguarda anche la Banda. Hai scritto un libro pesantissimo, che tocca quello che Pasolini chiamerebbe il “fondo di ogni fondo” (il suo era che la libertà è la libertà di scegliere la morte: frase imperdonabile per un Compagno). E quanto lo tocchi, il tuo stile ne risente, oppure ti porta ad operazioni come l’antologia Oltre il tempo: nella quale – perdonami, sai che se giudico non è mai a mente fredda, e giudico me stesso, sempre – la maggior parte dei testi sono tanto provvisori, spesso così orgogliosamente brutti, da avermi fatto pensare che ci fosse qualcosa sotto. A suo tempo ne scrissi. Dove il tuo fondo è sfiorato meno direttamente, hai scritto prose molto belle: in particolare Il morbo e Tango croato. Nella Banda lo stile è diventato uno stilo, a tratti molto imperfetto (penso al brutto segno “?!” che è frequente in tanta paraletteratura; ad alcune battute, nei dialoghi, che non hanno assolutamente il ritmo del parlato; ad alcune finezze, che nel contesto stonano). I nazisti di cui scrivi, esaltatissimi, sono estremi: persone al quadrato. In quanto tali, uccidono: la guerra non è finita, sono born to kill, in nome di una cavalleria germanica impazzita, e coerente fino all’estremo (p. 33: “Chi è nato per uccidere, riesce a vivere solo uccidendo”). Coerenti anche nel farsi leccare gli stivali da un ebreo o nell’usare un lanciafiamme contro uomini vivi: infatti ne parlano. Sono quello che fanno e fanno quello che sono; dunque dicono ciò che sono e fanno. E anche gli Ebrei sono coerenti: i nuovi Ebrei per i quali la diaspora sta per finire, e che impugnano le armi: occhio per occhio e dente per dente, e assassini degli assassini (p. 24: “Dal dolore nascerà nuova vita”; e anche Clarette, alla fine, invoca “un’altra possibilità. Ma non qui. Non in questa terra che ormai sa di rancido, di urina, di sterco, di pus, di morte!”, p. 134). Come l’autocrocifissione di Mattio Lovat (è il romanzo di Vassalli) può aver fatto scaturire un nuovo regime sociale (meno fame, meno povertà) – e Vassalli sembra crederci; così la trasformazione dei crocifissi in crocifissori (gli Ebrei vendicatori) apre un nuovo mondo, in cui la violenza è ancora inevitabile, ma – come dire? – sfugge a connotazioni ideologiche e mistiche, e si democraticizza. E’ la nuova violenza occidentale: quella per cui ci consideriamo degni di spodestare giudicare condannare Saddam Hussein, poiché siamo democratici, dunque giusti. Gli Ebrei del tuo romanzo uccidono in quanto vendicatori, non in quanto militari (mentre i nazisti del dopoguerra si considerano ancora militari: “Io sarò sempre Werner Hertz, pilota da carro del Battaglione SS Teste di Morto Hermann Göring”: p. 97): questo è un cambio di segno fondamentale. Un estremo naufraga, coerente fino alla fine (p. 155: “nessuno dei vostri vi ha tradito”), e l’altro riemerge, estremo contro un estremo. Si tratta di noi. Corsi e ricorsi, mi dirai, o “un maledetto cerchio”, come dice Holl a p. 143: ma la partita rimane demoniaca. Persone contro persone contro persone contro persone contro persone; e ingiustizia chiama giustizia, e morte vendetta: approvo, o posso capire, la giustizia privata di quel gruppo di Ebrei, dopo quella sofferenza; ma so anche che quella giustizia fa parte di un ordine della sofferenza, a cui non si sfugge. 

Tu vedi questi estremi della violenza coerente e ne rimani affascinato, e nello stesso tempo non puoi non sentirne la mostruosità. Sai anche che quei nazisti non sono criminali, ma demoni: Raffaele Perrotta direbbe, credo, lo stesso. La COERENZA, in te, invoca CONTENUTI; l’urgenza dei CONTENUTI stimola UNO STILE SENZA STILE. E’ il tuo modo di vedere le cose, ma non lo sento vicino. Ma mi è vicino: quando tocco il mio fondo, anche il mio stile diventa uno stilo (Dio sa quanta rabbia, sentendomi dire che chi scrive troppo non vive; o sentendomi chiedere se e quanto sono pagato per dirigere una collana o fare parte di un comitato scientifico); quando diventa uno stilo, è meno buono. Se posso avanzare una piccola profezia, ora che sei al bivio tra i CONTENUTI (che sono SOSTANZA) e la METAFORICITA’ delle operazioni (Marina Abramovic non si è massacrata per il puro gusto del sado-maso…), tu dovrai scegliere: forse sceglierai (Camaldoli insegna) la metafora, nel pieno della carne (viva). Già la violenza di questo romanzo parla continuamente di carni da massacrare (p. 33: “sputando carne”; p. 135: “le piantò il coltello che aveva in pugno nelle carni”; p. 148: “Una lunga raffica di Lewis spaccò tendini e ossa a Cavalcanti, tagliandogli la carne”; p. 150: “avvinghiato coi denti alle carni”). Dunque cambierai stile: sempre teso al contrasto e all’estremo, è possibile che in te vinca quell’estremo – che divide suocera contro nuora e padre contro figlio – che è Cristo, e anche il tuo bisogno di lottare sarà appagato.

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MASSIMO SANNELLI

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domenica, 18 settembre 2005

Caro Gian Ruggero, di ritorno dal mio soggiorno francese ho trovato il tuo ultimo romanzo "La Banda della Croce", con tanto di dedica calorosa. Ti ringrazio. Prima di scriverti ho aspettato al fine di avere il tempo per leggere e "assorbire" le tinte forti delle tue pagine, irriverenti e, nel contempo, capaci di scandagliare percorsi e destini al di là e al di sopra delle "facili" e rassicuranti costruzioni ideologiche. Bravo, perché hai saputo scrivere dell'uomo senza scivolare nella banalità e nell'ipocrisia. Dico questo a prescindere dalla mia condivisione ideale di tutti i passaggi. Hai saputo estrarre verità profonde dall'eccezione rappresentata da situazioni estreme. Non era un compito facile e questa tua ricerca implica (e impone) interrogativi inquietanti o, se vuoi, affascinanti, sulla natura umana. Il fatto poi che uno dei protagonisti del romanzo riconduca il lettore alla terra di Romagna (addirittura alle "mie" Ville Unite) non è che la riprova della complessità di questo crogiuolo, che negli ultimi due secoli, dietro l'apparente quiete delle acque stagnanti, ha funto da laboratorio emblematico, e quindi vivo e contraddittorio, del sofferto percorso italiano. Come forse sai non ho più le pagine del "Pensiero mazziniano" (mi sono dimesso lo scorso anno) su cui svolgere ad alta voce considerazioni sul tuo libro, ma penso e spero ugualmente di poter riprendere il dialogo con te su qualche altra testata.
Grazie di cuore. A presto

Sauro Mattarelli

 




mercoledì, 14 settembre 2005

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La lentezza con la quale ho letto il libro di GRM ha qualcosa di sintomatico. Una diluizione di pozione che ho voluto propinarmi in aria di bonaccia, piuttosto che con un colpo secco. Avevo letto le istruzioni: si legge veloce. E invece mi sono riservata spazi di pochi minuti al giorno. Il fatto che un amico sia pure scrittore ti pone in una posizione di anomalia: conosco GRM e ho immaginato i suoi pensieri prima di scrivere: “Fino al punto di fermarsi in quell’attimo in cui tutta la vita ti si mostra davanti, statica, straziante, evidente; gravida, all’improvviso, di quell’illogicità agghiacciante che ogni esistenza contiene (p. 54)” oppure “Aveva […] quel magnetismo che sa tamponare il senso di vuoto che alberga nell’animo della maggior parte degli uomini e che diventa sempre più un continuo e ossessivo rimirarsi allo specchio, esistere solo tramite quel riflesso (p.86)”. Il che raddoppiava l’effetto temporale di quello che leggevo. La storia è quella che è. Un gruppo di nazisti colti nella loro ultima azione, compiuta fuori registro, fuori contesto, fuori storia, fuori ambiente, fuori di sé. Una storia sborrata, sprecata, senza preliminari, salata, necessaria, voluta, orgasmica. Il libro non ha fronzoli letterari: è crudo di stile così come nelle menti degli umani in associazione ideologica. L’adozione di una schiettezza formale rende onore all’atmosfera che uno scrittore deve per onestà trasmettere, se parla di eventi realmente accaduti. In alcuni tratti, sembra una registrazione. Una scarnificazione che arriva all’osso. Ma in altri, c’è molto, molto altro. Anzi, per certi versi, avrei continuato con piacere a saperne persino di più. Interessante osservare l’animale quando è perduto. GRM, esperto nella presa diretta dei fatti di sangue, ci fa sentire il veleno secreto nel momento esatto in cui si sa di morire con esso. L’ideologia stereotipata che l’autore fa ripetere come un mantra ai personaggi è qualcosa che stride con la nostra normale percezione del tempo e delle azioni. Difficile immaginare che 7 fuoriusciti abbiano il tempo, in clandestinità, per autoproclami di propaganda mentre di fretta e furia hanno i minuti contati per: cambiare nascondiglio, reperire armi, darsi le regole dell’azione killer, segnarsi le direzioni per il prossimo improbabile incontro, amarsi (due coppie si amano: una etero, una gay). Ma questi dialoghi contengono una così forte percentuale di propaganda che al sospetto di un certo manierismo letterario subentra la certezza che quei personaggi (in quelle circostanze fuori dall’ordinario) abbiano davvero parlato così tra di loro. Del resto, ognuno ha le proprie vitamine e un pusher come Hitler non s’è mai visto prima nella Storia. Libro duro, chirurgico, asettico, essenziale, non lungo, ristretto, amaro, acido. Bravo, Lucifer!

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Missy 

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Caro Manzoni se risaliamo alle origini del romanzo storico troviamo una definizione che dice che tale genere deve obbedire a tre regole, ossia l'utile, il vero e l'interessante. Centrale di questa idea di romanzo è sicuramente il concetto di verità storica, e nel suo libro ciò è assolutamente rispettato. La verità storica è importante per un romanzo che vuole focalizzare l'attenzione sulle particolari condizioni in cui si trovavano la Germania e l’Europa in quell'epoca: l’immediato dopoguerra. D’altra parte, non esiste verità storica se non c'è un’utilità nella fruizione della Storia, e l'utilità porta all'interesse nel  seguire la vicenda narrata: qui sta la capacità dell’autore nel suscitare la lettura. Se dunque le condizioni basilari del romanzo storico sono rispettate, lei è riuscito a prenderne le distanze per inserire la sua visione letteraria, che è più che attuale. La struttura de “La Banda della Croce” è quindi complessa, basata su un demoniaco intreccio tra piani narrativi differenti. Comunque il trave di sostegno di tale impianto è costituito dal protagonista che conduce l'azione, Georg Halder, il quale, titanicamente, ne detta i principi cardine. Questo è dunque un romanzo antico per carattere, ma, nel contempo, più che moderno, perché frutto di un’elaborazione che ha frantumato il  concetto originale di tradizione: c’è stato il decadentismo, l'impressionismo e poi il suo tanto amato espressionismo, quello da lei usato, in cui i fatti vengono  raccontati in modo crudo sullo scenario della realtà; lei, come autore, è riuscito a superare un tipo di scrittura stereotipata e a evitare i rischi tipici di un certo genere molto italiano, ossia il melodramma, per approdare a una tragedia atemporale, nordica. Non a caso la psicologia è esposta attraverso i fatti. Una psicologia che fuoriesce non da un interesse fine a sé stesso per l'inconscio, ma viene canalizzata attraverso l'esposizione e l'azione dei personaggi, poi attraverso i dialoghi serrati e persino attraverso le scene in cui le azioni si svolgono. Il paesaggio metropolitano ingoia questi suoi attori grotteschi, i quali, da esso, vengono poi ri-partoriti, in una sorta di flusso e riflusso antropofago che ne delinea le figure. Quindi esperimento più che riuscito, sia per i motivi fino a qui enunciati sia per il tratto oserei fumettistico che lei volutamente usa per stemperare il soggetto. Ho detto fumettistico e non caricaturale. Anzi, sono ben poco caricature i suoi attori, direi, infatti, che sono rasoi che incidono la pelle al fine di renderla scrittura. Grazie per avermelo spedito.
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Giuseppe Cambiano
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lunedì, 12 settembre 2005

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Caro Manzoni nel contemporaneo molto passato occupa le pagine dei romanzi, dei saggi e dei giornali. A volte si tratta del passato più remoto, egizio, greco, romano, altre più prossimo, ma, generalmente, l’attuale atmosfera culturale è caratterizzata da  tale tendenza, che spesso si traduce in rivelazioni circa vicende ed episodi nel vero avvenuti, dei quali, in molti, non eravamo al corrente. Se di altro ben poco si preferisce leggere (all’infuori del giallo o del noir, che sono pur misera cosa, almeno qui in Italia), significa che il pubblico non ne è attirato (io fra i primi) anche perché da tempo si assiste a lavori privi di quella ragione, di quel messaggio che serve a distinguerli, a fare di ognuno di essi un “caso” degno di nota. Fino al secolo scorso o, almeno, fino ai suoi anni ’50, per autore s’intendeva la sua opera nella particolarità dei temi e dello stile, in tutto ciò che la differenziava dalle altre, pur dello stesso periodo storico o genere letterario. In seguito si è andati verso un sempre maggiore livellamento, una sempre più diffusa omologazione, finché è divenuto difficile distinguere tra i contenuti e le forme degli autori più recenti (e così avviene anche in arte, nel cinema, musicalmente etc.). In opere di diversi autori si possono ritrovare, oggi, le stesse situazioni, gli stessi personaggi, le stesse atmosfere, dal momento che, in genere, esse riflettono quanto diffusamente accade nella nostra vita (noiosamente omologata anch’essa). Una vita nella quale il progresso ha significato solo sviluppo economico, tecnologico e non evoluzione culturale e morale. La modernità non ha fatto acquisire allo spirito altri ‘valori’, ma ha disperso, annullato, quelli che esistevano, li ha sacrificati alle esigenze della Materia, divinità dilagante. Anche la letteratura ha risentito del fenomeno al punto da rinunciare a quanto d’ideale e di spirituale le era per secoli appartenuto e seguire le nuove regole, adattarsi alla nuova situazione. E’ divenuta, quindi, un prodotto come tanti altri, come tanti altri riflette il suo tempo, viene fatta in serie e reclamizzata. C’è ora tanta letteratura, ci sono tanti autori, essendo diventati tanti i gusti, le preferenze, che i tempi chiedono di soddisfare, ma la sostanza è, ahinoi, sempre la stessa. In tale contesto il passato culturale, in certi scrittori, fra cui lei, è riemerso dalle sue ceneri, è stato recuperato nei suoi elementi e in tutti i suoi aspetti, poiché è sembrato l’unica certezza tra tanta precarietà e confusione. E’ successo questo anche in altre epoche della storia letteraria, quando si è attraversato un periodo di smarrimento, per non dire di crisi. Non deve sorprendere, quindi, quanto oggi sta avvenendo anche se tra questa e le volte precedenti notevoli sono le differenze. La situazione attuale potrebbe durare a lungo, o rimanere per sempre tale (entrambi i casi sono possibili… e aggiungo un altro ahinoi), mentre prima si è trattato solo di un periodo limitato, di una fase che è stata superata dalla maturazione e definizione di altri tempi e ambienti, ma di questo sarebbe lungo parlare. Fatto sta che lei riesce a restituirci, con la sua rivisitazione di così tanti passati (come la sua produzione si rende testimone), la possibilità di leggere il presente e di poter scegliere per il futuro, e ciò glielo riconosco, seppure questo suo ultimo libro mi abbia inquietato non poco. Ma da lei accetto… essendo autore che ha scelto “gli uomini e le donne dell’estremo” quale poetica. Inoltre le attribuisco un’originalità nell’esporre gli eventi che cattura e la rende direi unico nel panorama odierno. Cordialmente

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Giovanni Aliberti

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sabato, 10 settembre 2005

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Ciao Gian Ruggero, innanzitutto spero che tu stia bene. Meglio di me, che mi sto scuotendo di dosso una febbre molto fastidiosa, ma non del tutto inopportuna, visto che mi ha lasciato il tempo di leggermi "La banda della croce", di bermi il tuo "Tango croato" e di fare la conoscenza del magico (e più che tuo) Vasco Ghinassi, detto "Il Francese" (titolo del romanzo omonimo). Sono uscito di casa perché non ne potevo più di starci, quindi non scenderò in particolari.  Non so se ti interessi sapere che avevo chiesto alla mia sorellina di ordinare diverse copie de "La Banda", ma gliene hanno inviata una sola: mi auguro che dipenda da un'ottima richiesta. Mi è piaciuto molto. Il livello de "Il morbo", secondo me, è  superiore: "Il morbo" è inattaccabile da qualsiasi punto di vista. Il viaggio è sempre il tuo, il nostro, se posso dirlo, cioè oltre il tempo. Ho visto che qualcuno ha già fatto un parallelo con una sceneggiatura: anche a me è passata questa idea. Forse il limite di tale sensazione sta nel fatto che questo ritmo lascia l'impressione, soprattutto nella prima parte del libro, che certi passaggi siano troppo rapidi.  Prendo ad esempio la vicenda che unisce Cino e Clarette. Si avverte quasi una fretta di arrivare alla conclusione. Per rimanere nel tema della sceneggiatura, sarei veramente curioso di vedere come un regista sarebbe capace di "sgavagnarsela" (in italiano:districarsi) con un tema del genere, senza scatenare tuoni e fulmini a destra e a manca (forse più a manca)! Ho fatto un viaggio dentro un tempo, dentro uomini, dentro me stesso, veramente ricco: sarebbe divertente scandire la tua storia con una serie di piccoli passaggi, di frasi cardine che, da sole, basterebbero a farne uscire il senso e, ancora di più, a leggere dietro quelle porte oscure, che i più non vogliono aprire. Scoprire che anche dentro al male assoluto ci possono essere bagliori di stelle non è cosa che tutti accettano tranquillamente, comunque la si pensi. Non è con la tranquillità borghese che si possono mettere in discussione i pensieri di grandezza che tante persone hanno cavalcato, e cavalcano, ma con qualcosa di più grande e di più forte. Dove più forte significa soprattutto non farsi abbagliare da quelle deformazioni tragiche e troppo teatrali che hanno lo scopo di autocelebrarsi, e non di volare veramente in alto. 
Complimenti e un abbraccio.
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SIDHA
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mercoledì, 07 settembre 2005

Caro Gian Ruggero, leggendo il tuo ultimo romanzo mi sono venute alla mente un’infinità d’immagini, ma, in particolare, questa: “il bisogno di superare l’io per divenire un noi”, uno dei temi anche della tua poesia. Il poeta tedesco Höelderlin, nell’ultima fase della vita, in preda ormai alla ‘follia’, firmava le sue composizioni con date immaginarie e con un nome italiano: Scardanelli. Non era uno pseudonimo, era il segno della sua totale perdita di identità. Infatti la parola Io, dal quel momento, non comparirà più nei suoi scritti. Eppure alcune poesie, tra quelle che portano questa firma, sono tra le più belle da lui scritte. Perdere l’identità non significa perdere la propria forza, ma diventare forza di tutti. A parte il caso estremo di Höelderlin, comunque, la poesia e il romanzo, attraverso la potenza immaginativa di cui dispongono, mostrano sempre figure non abituali dell’Io e dell’individualità. Se uno dei tratti più riconoscibili della sensibilità dell’epoca contemporanea sta nella perdita di certezze attorno ad un Io stabile e separato dal mondo, la letteratura ne costituisce senz’altro la principale esperienza e manifestazione. Poi mi sono venute alla mente gli stili e le tradizioni letterarie più disparate. Quella ottocentesca americana in cui, nel Moby Dick di Melville, l’Io narrante si presenta con una fulminante battuta iniziale, "Chiamatemi Ishmael", e poi, per tutto il romanzo, parla di sé in prima persona, ma anche in forma indiretta, quasi in accezione schizoide, in base alle necessità avventurose volute dal testo-trama. O certe galoppate conradiane, dove i vari personaggi sono degl’Io solo in funzione degli altri. O quella di certi esperimenti delle avanguardie poetiche europee del Novecento, che, con l’invenzione e l’uso di tecniche, come il monologo interiore, hanno decomposto l’Io, fino a farcelo apparire nei termini che a suo tempo aveva già perfettamente indicato Rimbaud, dicendo, con un paradosso, che "Io è un altro". E tu, in ogni tuo libro, sei sempre ‘altro’ e ‘altri’ nel paradossale. “La Banda della Croce” non è da meno dei precedenti e mi ha convinto. Pare, in prima battuta, la sceneggiatura di un film e si legge d’un fiato, poi ci si ritorna sopra e diventa “altro e altro ancora”. Un abbraccio.

Alessandro Diaz De Santillana 




lunedì, 05 settembre 2005

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Ciao Gian Ruggero ho letto LA BANDA DELLA CROCE. Mi è piaciuto, ma per ragioni molto diverse rispetto a IL MORBO. E' un libro scomodo, che interroga il novecento e il nuovo secolo sul rapporto degli uomini (gli occidentali in primis) con le ideologie assolute e con la fede. Conoscendoti un po', deve essere stato difficile rimanere neutrali nell'atto della scrittura di un romanzo del genere, però hai assolto al tuo compito con la giusta freddezza, mantenendo la dovuta distanza dal cuore. Non c'era bisogno che lo dicessi, ma ugualmente complimenti. Operazione difficile, romanzo difficile, che poteva scadere nel 'polpettone' fantapolitico e invece rimane saldamente ancorato al grigiore livido delle stanze e dei cieli sotto i quali si consuma questa incredibile storia nel vero accaduta. La prosa è incalzante (mi pare questo sia un tratto che ti appartiene), il tempo che si scandisce è immerso in una dimensione realistica alla quale è difficile sottrarsi. Se ne potrebbe ricavare qualcosa per il teatro o per il cinema, non credi? I personaggi sono netti, estremi, unica eccezione Clarette (con cui anch'io mi sarei fatto una storia, en passant) che pare attraversare le pagine quale unico appiglio (ancora 'umano') di speranza per il lettore. E' la sola che muore per ragioni che si attengono alla sfera dei sentimenti. L'unica donna. Direi che la protagonista del libro è lei, paradossalmente. Quando muore Clarette la storia è finita, non ci sarà ulteriore viaggio, se non nell'ultimo sacrificio del corpo... dei corpi, in nome di uno strano dio che non ci sappiamo spiegare, ma che ancora alberga negli umani, quasi fosse un segno o regalo del destino. Scrittura secca, senza forzature, complimenti, sei uno dei narratori che prediligo. 

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Claudio Sanfilippo




sabato, 20 agosto 2005


Hitler si fa portavoce di una tradizione che si sviluppa durante tutto il corso dell’Ottocento e nella quale il mistico e l’occulto vengono considerati una spiegazione e una soluzione concreta all’alienazione dell’uomo dalla società moderna, dalla cultura e dalla politica. Come tali, gli elementi mistici e occulti influenzano la visione del mondo del primo nazionalsocialismo e in modo particolare Adolf Hitler, il quale fino al termine della sua vita crede fortemente nelle scienze arcane e nelle forze occulte. È importante dipanare questo nodo dell’ideologia nazista perché questo misticismo è al centro di molta parte dell’irrazionalismo del movimento, specialmente della visione del mondo del suo leader. Questa reazione tedesca alla modernità si lega strettamente alla fede nella forza della vita cosmica della natura, una forza tenebrosa i cui misteri si possono capire non per mezzo della scienza ma solo attraverso l’occulto. Un’ideologia basata su presupposti del genere deve fondersi con le glorie di un passato ariano, passato che a sua volta riceve un’interpretazione leggendaria e mistica sotto tutti i punti di vista. I primi saggi portatori di questa visione leggendaria del passato ariano datano in un periodo compreso tra il 1890 e il 1900. In contrapposizione al freddo razionalismo delle città che proprio in quegli anni si stavano sviluppando a dismisura, si crea il mito del contadino che grazie al suo rapporto con la natura può entrare in diretto contatto con il centro della terra. I tedeschi, quantunque tesi verso l’avvenire, devono tornare a un passato spoglio di tutto tranne che della voce primordiale della natura. È evidente che soltanto quelle persone che sono affini alla natura possono comprendere, tramite le loro anime, la forza vitale, cosmica che costituisce l’eternità. L’ideologia di questo movimento ha legami stretti con quei movimenti occulti e spiritistici che vanno di moda verso la fine del XIX secolo. Legami del genere sono incoraggiati in modo particolare dalla teosofia (la scienza che si occupa di studiare l’occulto). In Germania l’opposizione alla modernità si giova di movimenti di idee che nel resto dell’Europa sono giudicati “capricci alla moda”, più che concezioni importanti. La fede nella forza vitale o nella religione cosmica porta a una concezione del mondo che conferisce un particolare prestigio a coloro che sono iniziati a simili misteri. L’ariano deve quindi, secondo questa corrente di pensiero, tornare nelle campagne per ritrovare le radici della propria anima. Occorre fare riemergere grazie a questo processo ciò che è veramente genuino, il passato germanico, in contrasto con ciò che è invece considerato fonte di corruzione: la modernità. Soltanto chi è legato all’autentico passato può avere una vera anima, può considerarsi un essere umano completo e non materialista. Soltanto l’ariano è in grado di capire i “misteri” della vita che governa il mondo. Il risultato finale sarebbe stato la creazione di uno stato organico senza borghesi, né proletari, bensì solamente popolo, legato insieme ad una unica capacità creativa e uniti in un vincolo fraterno. Il mito dell’ariano trova la sua origine da questa amalgama di romanticismo e di occultismo: a volte nasce dal sole, a volte tramite un processo storico. Nella formazione dell’ariano l’elemento della lotta è fondamentale, arte e combattimento procedono insieme. Non si tratta però della selezione darwiniana che vede affermarsi il singolo più forte, bensì della lotta del leale ariano, che appartiene a una schiera di eletti. In Germania il recupero dell’inconscio, come reazione alle ideologie moderniste dominanti, getta le basi per la forma della dittatura tedesca del XX secolo. Questa reazione mette insieme la corrente profonda del romanticismo germanico e i misteri dell’occulto, nonché l’idealismo delle azioni eroiche.

Siamo in una fumosa birreria nella Monaco degli anni Venti: a un tavolo alcuni appartenenti a società che praticano l’occultismo si riuniscono per discutere di un nuovo progetto. Tra loro vi sono uomini dell’alta finanza, ufficiali dell’esercito e uomini di cultura dell’estrema destra antisemita tedesca. Insieme vogliono creare un partito di massa che possa diffondere l’idea di una comunità mondiale completamente arianizzata nella quale le altre razze devono avere solo un ruolo subalterno: così nasce, nel 1919, il partito nazista. Tra gli ammiratori delle società esoteriche vi è Adolf Hitler, un reduce dalla prima guerra mondiale. Negli anni intorno al 1918-19 Hitler vive in una Monaco ricca di fermenti politici. Ed è proprio nell’atmosfera di reazione che si respira in quella città dopo la caduta della Repubblica Socialista di Baviera che si forma culturalmente il futuro dittatore. Hitler comincia in questo periodo a entrare in contatto con società esoteriche e a convincersi che vi fosse una qualche relazione di carattere magico tra forze cosmiche e individui particolarmente dotati. Una di queste società esoteriche si chiama Thule. Thule nasce nel 1912 e trova l’origine del suo nome da un’ isola che si riteneva fosse esistita nell’estremo nord europeo e nella quale gli adepti di tale società credevano fosse prosperata una civiltà superiore oramai estinta. Il fine di Thule è quello di creare una razza di superuomini, ovviamente ariani, i quali avrebbero dovuto portare a termine la lotta contro quelle razze che loro ritenevano essere inferiori: principalmente ebrei e slavi ma anche minoranze come zingari e omosessuali. Uno degli adepti di Thule, Dexler, fonda nel 1919 il Partito dei Lavoratori Tedeschi che diventerà poi, sotto la guida di Hitler, il Partito Nazional-Socialista o Nazista. Thule diventa così la società iniziatica più influente nella Germania del dopo guerra. Finanziatore del Partito dei Lavoratori Tedeschi (DAP) è l’ingegnere Gottfried Feder un altro membro della società iniziatica Thule. Ma non è solamente Thule ad influenzare Hitler. Il professor Haushofer è direttore dell’istituto di Geopolitica di Monaco. Da lui Hitler apprende l’importanza del dominio di un’area strategica definita allora come “il cuore della terra”: l’Europa orientale. Secondo Haushofer chi domina su quest’area abitata dagli odiati slavi, avrebbe dominato su tutto il mondo. Hitler lo definirà lo “spazio vitale” verso il quale la Germania dovrà espandersi per garantirsi la millenaria prosperità al Terzo Reich. Inutile aggiungere che anche Haushofer ha una forte inclinazione verso gli studi di esoterismo, e a Berlino è lui stesso a fondare un’altra società iniziatica: la Loggia luminosa della società Vril, il cui obiettivo è quello di esplorare le origini della razza ariana e di studiare i rituali che potessero migliorare le forze del Vril.

Himmler, lo spietato capo delle SS e uno dei massimi gerarchi del nazismo, fa invece parte di Artamans, una oscura setta evocatrice di una teutonica vita rurale. Durante la seconda guerra mondiale cerca di attuare il progetto di un mondo ariano e di convertire l’Europa in un Impero del Nord. Le SS dovevano essere l’avanguardia dell’arianizzazione del mondo, selezionati non per capacità, ma bensì per il loro aspetto fisico: alle SS è tollerata addirittura la bigamia in quanto considerato un modo rapido per lo “sviluppo” dell’uomo ariano. Alfred Rosenberg principale teorico del nazismo e governatore della Polonia durante gli anni della guerra è anch’egli un sostenitore dell’occultismo. Scrive numerosi libri per sostenere la teoria razzista e la necessità dell’assassinio in funzione dell’affermazione del nazismo, e aiuta addirittura Hitler a scrivere il Mein Kampf. Egli scrive in un suo libro: “morte e vita non sono entità opposte, bensì legate l’una all’altra. Grazie alla benevolenza del destino di Dio, i due contrari si dissolvono nell’ambito dell’eternità. Ma questa eternità può esistere sulla terra. La morte crea nuova vita e, potremmo aggiungere, ripristina così continuamente la marcia degli Ariani verso la meta finale”. Anche il simbolo che verrà scelto per rappresentare il nazismo denota una forte propensione verso la ricerca di forze occulte. La parola svastica, deriva dal parola sanscrita su, che significa bene, e asti, che significa essere. La croce uncinata, svastica, è un simbolo molto antico ed era già stato utilizzato da molte civiltà anche se circa la sua origine si sa poco. Gli indiani associano la svastica con la fortuna e protezione dall’ira; può rappresentare il sole, la dea Visnu. Alla fine del XIX secolo la svastica si afferma come simbolo del movimento nazionalista tedesco. Infine Hitler sceglierà la svastica come simbolo del partito nazista ma ne invertirà il senso degli uncini: in senso orario anziché antiorario, come nella tradizione induista. Forse sarà proprio la ricerca della trascendenza a dare ai gerarchi nazisti la volontà di spingersi fin dove nessun altro regime si era mai spinto. La convinzione di essere portatori di un messaggio superiore al quale tutto deve essere sacrificato: l’affermazione della razza ariana. Ed è forse per queste ragioni che Hitler si convince di potere sconfiggere qualsiasi tipo di coalizione militare e ad impegnarsi quindi in una guerra su due fronti: quello britannico e quello russo, coalizione che aveva già sconfitto più di un secolo prima l’esercito di Napoleone.

Dire che buona parte dei gerarchi nazisti fossero adepti di società esoteriche non vuol però dire che anche il resto della popolazione tedesca ne facesse parte. Le SS di Himmler vanno molto vicino nell’intento di trasformare l’intera Germania in una grande società iniziatica, ma anche qui non è pensabile ritenere che ciò potesse accadere per l’intera popolazione, visto che le SS dovevano essere l’élite e il nucleo centrale attraverso il quale il progetto mistico trascendentale del nazismo doveva realizzarsi. Eppure è innegabile che l’intera Germania venne coinvolta in modo assolutamente irreale nella realizzazione della costruzione del Terzo Reich millenario. La quasi totalità dei tedeschi segue il proprio Führer fino all’autodistruzione, cioè fino a quando i carri armati americani e sovietici giungono dopo sei anni di guerra ininterrotta a Berlino. Bisogna spostare l’attenzione sulle parole e sugli argomenti che vengono utilizzati dalla propaganda nazista per coinvolgere in modo semplice ed efficace la Germania intera nel progetto di un gruppo di ‘maghi’, come molti li hanno definiti. È la prima guerra mondiale, con il suo seguito di tragedie, a dare l’impulso per la costruzione di una mentalità sensibile al mito dell’utopia dell’apocalisse. Non fa differenza che la guerra finisca con una vittoria o con una sconfitta, in quanto i caduti avrebbero continuato a tramandare il germanesimo, innalzandolo molto al di sopra dell’indifferenza del periodo prebellico. I concetti di destino e di fato rivestono un ampio ruolo nei romanzi apocalittici sulla guerra. La letteratura nazista è colma di immagini di morte, esattamente come la celebrazione dei martiri, caduti per la patria. Lo slogan intonato dalla gioventù hitleriana è lapidario: “I migliori del nostro popolo non morirono perché i vivi morissero, ma perché i morti tornassero a vivere”. Ma la letteratura nazional-patriottica tedesca, se poteva mutare direzione a favore di tali utopie, è addirittura in grado di impadronirsi di un genere completamente diverso e molto più importante: la favola. In passato alcuni studiosi avevano sostenuto che i racconti delle ‘fate’ erano veramente dei miti nazionali; ma nel XX secolo, in maniera abbastanza caratteristica, c’è il tentativo di collegarli alla tradizione della letteratura popolare profetica e apocalittica. L’utopia è fatta per sostenere e glorificare uno stato nazional-patriottico, perché divenisse l’anticamera per il paradiso e la struttura entro cui avrebbe avuto luogo la liberazione e la salvezza. Il sogno sostiene la realtà e la realtà fa del suo meglio per sostenere il sogno. Il terzo Reich di Hitler che avrebbe dovuto essere millenario e avrebbe dovuto portare alla fine della separazione tra vita e morte si trasforma invece in una tragedia, ma ciò non significa che non abbia segnato e ancora non segni una buona parte del pensiero europeo.
 
 




sabato, 22 gennaio 2005


Come ricorda Ernst Junger nel "Trattato del Ribelle": "...è necessario rispondere alla domanda di Sacro che viene dai giovani". Questa sfida è stata recentemente raccolta da Gian Ruggero Manzoni nel suo libro "Oltre il tempo/11 poeti per una Metavanguardia", Ed. Diabasis 2004. Nato nel 1957 in Romagna, Manzoni è poeta, narratore e docente di Storia dell’Arte. Da sempre studioso di Tradizione Integrata agli aspetti politici sociali, propone in questo volume-antologia, dal titolo altamente provocatorio, una risposta alla crisi e alla decadenza dell'Occidente, le cui manifestazioni si svelano e si concretizzano, a livello intellettuale, nel cosiddetto ‘pensiero debole’: trattasi, per chi non lo sapesse, di un pensiero razionalista ormai ridotto ad uno stadio ‘crepuscolare’ dalla caduta delle grandi metapoetiche e metanarrazioni, un ameno rantolo pseudonichilista, teorizzato in Italia da Vattimo, che vivacchia aggrappandosi confusamente a frammenti di pensiero eterogenei. A queste amenità Gian Ruggero Manzoni, con l’alleanza di dieci giovani e motivati poeti (Ponso, Camerini, Nannipieri, Cavasino, Brullo, Scafiti, Berton, Antonello, Ariano, Gatto), risponde col riproporre una visione della vita e dell'uomo che affonda le sue origini nella tradizione, nel rapporto armonico con la natura, nella partecipazione dell'uomo col sacro e con la sua totalità, nella sfida perenne nei confronti della morte. La chiave del volume di Manzoni, di cui molto si sta parlando, a mio avviso sta nella riscoperta del giusto uso del Simbolo ( dal greco symballo, ovvero “lego insieme l'uomo e il sacro”), che l'autore/curatore formula tramite l’ausilio dei testi dei suoi fedeli di avventura. Attraverso questa riproposizione si squarcia quel Velo di Maya che ottenebra l'uomo occidentale e lo rende ignobile servo del becero ‘sistema’ da lui stesso creato, la cui sottocultura, da esso partorita in questi ultimi lustri, ha creato un dilagante deserto di nonsenso, inaridendo l'individuo e scalzandolo dal vero sapere e da quella specificità etnica che è fautrice d’identità. Radicalità estrema, naturalmente, quella di Manzoni, sia nei temi, che nelle situazioni, che nei modi richiesti per rappresentarla, perché forse - come del resto sosteneva Testori - non c'è scandalo maggiore che quello di puntare tutto sulla parola: e ciò significa voler tornare alle radici stesse della sacralità della poesia. Tutto questo lo si ritrova in " Oltre il tempo”, una sorta di 'via crucis' che ha le stigmate dell'assolutezza e che diviene un'antologia-metafora del contrapporsi alla società attuale. In effetti la vorticosa accelerazione dei processi che segnano la ‘modernità’ (o post-modernità) occidentale sta trasformando il mondo in una “Terra desolata” e senza Dio. Il destino del pianeta sembra essere nelle mani di forze brutali, che l’uomo pretende di controllare come strumenti. In realtà, lo si vede sempre più chiaramente, è l’uomo stesso ad essere in balia di quelle forze ‘demoniache’ da lui create. Si tratta di quelle false divinità (le tecnologie onnipresenti, le scienze moderne e profane, le teorie economiche, il denaro etc.), che richiedono sacrifici umani in misura di gran lunga superiore a quel che necessita per servire il vero Dio, del quale l’uomo moderno (o post-moderno) ha decretato la morte, esultando, quasi fosse una liberazione. Il mondo dove “Dio è morto” è, al contrario, un pianeta di uomini incatenati, di zombie. Perché la morte di Dio è la morte della Natura di cui l’uomo fa parte, anche se l’individuo occidentale, della tarda modernità, sembra sempre più ignorarlo. Ed è proprio questa ‘ignoranza’ (paradossalmente ‘superba’) la causa della sua debolezza. La globalizzazione del pianeta (con i suoi effetti devastanti: omologazione delle culture, dei paesaggi, degli stili di vita etc.), si fonda su un pensiero unico, o, meglio, un non-pensiero che, a detta degli stessi promotori, è anche debole. La debolezza del pensiero della modernità, in definitiva, deriva proprio dall’incapacità di percepire la Natura e l’Uomo come totalità in Dio. Gian Ruggero Manzoni in questo libro-antologia, come alternativa a un certo pensiero razionalistico, propone, come sopra ho detto, il pensiero simbolico, capace di restituire all’uomo la sua identità, e dunque il senso della sua vita. Il pensiero simbolico è ‘forte’ poiché è garanzia di unità. Simboli e sistemi simbolici, che costituiscono il fondamentale strumento conoscitivo delle culture tradizionali, assicurano un cosmo ordinato in cui l’uomo si riconosce nei suoi simili e nell’ambiente in cui vive, partecipando ad una realtà trascendente. Come ricorda Mircea Eliade è proprio la partecipazione ad una realtà sacra, il sentirsi parte di qualcosa di più grande, che conferisce senso, valore e identità all’uomo e ai suoi gesti. Ciò nonostante la cultura dominante dell’Occidente ha relegato nella sfera dell’irrazionalità inservibile il mondo dei simboli e la spinta all’unità che lo caratterizza. (N.B.: tale unità non ha nulla a che fare con l’unificazione tecnica del mondo. Quest’ultima appiattisce, distrugge, livella, mentre il Simbolo, come più volte ha asserito anche Manzoni, è una coniuctio oppositorum, un’unione degli opposti, una pluralità di sensi). Questo non da oggi, naturalmente, ma, dell’oggi, Gian Ruggero Manzoni ne fa solo ‘campo di battaglia’, non certo motivazione per essere o per divenire.

CORRADO PIANCASTELLI




lunedì, 17 gennaio 2005


Micidiale e catastrofico: così, nelle pagine de “Il Domenicale” del 18 dicembre 2004, definisce Federico Scardanelli il testo di Gian Ruggero Manzoni posto quale introduzione al volume-antologia “Oltre il Tempo” (Ed.Diabasis), curato dallo stesso Manzoni. Micidiale e catastrofico (nel pieno rispetto degli etimi di dare la morte e girare il sotto sopra e viceversa) è, infatti, il punto di vista del poeta e narratore romagnolo che, con coraggio, denuncia la crisi del ruolo della critica odierna e non esita a ribaltare i canoni di giudizio usuali per raccogliere, dalla tradizione, sempre nuova perché eterna, temi e scopi della scrittura.
E’ una netta condanna della parola oziosa, quella che viene rimproverata agli uomini da Cristo, quando ammonisce che ex verbis saremo giudicati e condannati. La parola, per Manzoni, ridiventa, perciò, fuoco sacro e riveste, dunque, chi la pronuncia per vocazione di un’alta missione: è il ritorno del poeta vate, secondo una linea non interrotta che parte dai poeti greci e latini, che passa da Dante e Rimbaud, e, quindi, rinnovata da molti autori del Novecento, fra cui, primo fra tutti, Giovanni Testori, che già fu uno dei maestri di Manzoni. La parola, così, torna a scaturire dall’Origine. Per questo G.R.Manzoni si riappropria delle parole-simbolo come ‘acqua’ e ‘sale’, che nota ricorrenti nei versi dei dieci giovani poeti da lui scelti, perché segni di sapienzialità, capace di oltrepassare il tempo di adesso e di afferrare e coagulare tutto il tempo, proiettandolo nell’Eternità: “Noi - scrive Manzoni - come ho detto, siamo undici individualità aventi un’unica meta: il superamento della Morte (nell’accezione fisica, psicologica, morale, spirituale, intellettuale o quale negazione/scomparsa di un’aristocrazia di stile e di pensiero…). E in modo più commovente così recita una poesia dello stesso Manzoni sul risvolto di copertina: “Il nostro lavoro è ancora adatto/perché il tempo viene ucciso dalla grazia”.
La forza dirompente del testo introduttivo di G.R.Manzoni calamita l’attenzione del lettore e, per la sua luminosa bellezza (carismatica), costituisce, inoltre, un pezzo di valore letterario. Inusuali e pregnanti sono anche le autopresentazioni scritte da ogni autore, così che, per uno strano destino, un’antologia che vuole essere squisitamente poetica finisce con l’imprimersi nella memoria forse più per i suoi testi in prosa che in versi.
Dieci, si diceva, a parte lo stesso Manzoni, sono gli autori inseriti: Danni Antonello, Davide Brullo, Luca Ariano, Sebastiano Gatto, Alessandro Berton, Francesco Camerini, Luca Nannipieri, Salvatore Scafiti, Rino Cavasino, Andrea Ponso, tutti molto giovani, appartenendo alle generazioni uscite dagli anni ’70 e ’80.
Danni Antonello canta il passo mortale delle creature umane, scegliendo come emblema la ‘tana’, luogo da e verso; in mezzo la parola scritta, che si offre come sonorità contro il silenzio dell’eternità prima e dopo di noi.
I personaggi di Luca Ariano animano i luoghi della natura o di antichi paesi divenendo, nell’alone surreale delle immagini (“fiumi di spumanti e fiori; i passi del volo d’airone” - tanto per fare due esempi), quasi figure oniriche, così lontano sembra il tempo (e tramandato oralmente e letterariamente, come lo stesso autore sottolinea) da cui balzano fuori.
Ogni grazia e morta: questo il messaggio del poeta Alessandro Berton. Dalla sua assenza nasce la scrittura che rimane, pur se talvolta ha nausea di sé stessa e del suo compito (secondo la citazione di Genet che riporta) di trovare: “l’oro nascosto sotto il marciume”. Perché il marciume sporca l’adesso, nonostante l’amore. Dappertutto si sono aperte le crepe e: “I resti, i lumi non avranno/Notti per risplendere”. Ogni cosa è disfatta: “nemmeno un copione alla grazia”.
Anche il discorso di Davide Brullo si dipana dall’ossessione della morte. I suoi morti, benché trattenuti dalla memoria, restano, allo stesso tempo, in una dimensione distante sulla quale egli indaga dubitando e chiedendo. Ne nasce un’atmosfera inquieta e inquietante, piena di visioni e sospesa fra lo spavento dell’inferno e l’attesa purgatoriale, ma senza alcuna traccia di paradiso.
Attento è l’occhio che Francesco Camerini apre sulle cose anche minime del mondo e, amoroso, quasi mistico, che le trascende e le trasforma. Alla loro bellezza si affida la poesia e le celebra con tanta passione dei sensi da approdare, sublimandoli, ad una condizione estatica.
I versi di Rino Cavasino sgorgano, anch’essi, dalla superficie delle cose, così come vengono percepite dai sensi i quali le consegnano ad una più profonda elaborazione concettuale. Il dialetto siciliano e la lingua latina arricchiscono un linguaggio libero, ricercato e intenso.
La condanna di cui Sebastiano Gatto parla nella breve autopresentazione, l’ ‘acabicornadas’, è, ancora una volta, la morte (il venerdì che dà il titolo a due testi è liturgicamente il giorno della passione) sentita come un’ostinazione dei vivi a non lasciare sfuggire nulla di ciò che riguarda i morti che già furono compagni di vita.
Narrativa è la misura che sostiene i versi, spesso lunghissimi, di Luca Nannipieri che racconta di sé e, come la maggior parte degli altri poeti, si pone di fronte al mistero ultimo della morte, ma con maggiore serenità, essendo consolato da una fede sicura nella dimensione ultraterrena. Versi semplici e descrittivi raccontano la morte del nonno con pathos contenuto e affidando il rito della quotidianità.
Un linguaggio teso, dai forti bagliori luminosi, è quello di Andrea Ponso che procede per sguardi di bellezza ed accensioni d’amore, proteso a cogliere l’imprendibile oltre, l’ossimorico volto dolcecrudele del reale e del proprio sé.
Chiude l’insieme Salvatore Scafiti, ritratto, fotograficamente, in una posa che rinnova quella del celebre “Urlo” di Munch, la testa assediata dal brulichio della materia devastante di contro al limpido canto dello Spirito, ormai soltanto raccontato in brevi storie attinte dalle cronache locali, storie di mostri e di prodigi (scaturenti dallo stesso etimo), ovvero proiezioni dell’incapacità di ‘transitare’. Causa la morte dei simboli e le zoppie dei segni.
Sono davvero partecipi questi dieci giovani poeti, scelti da G.R.Manzoni, di un solo progetto? Le loro voci sono diverse e il merito è difficilmente assegnabile adesso, considerata, anche, l’esiguità dei versi presentati e la necessità di una conferma nel tempo a venire. Tutti, però, sono accumunati da un fuoco interiore in nome del quale non esitano ad offrirsi come vittime sacrificali di un tempo contaminato, al fine di redimerlo per una rinascita.

FRANCA ALAIMO




domenica, 09 gennaio 2005

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Caro Gian Ruggero ho ricevuto il lavoro collettivo che avete proposto per Diabasis. Ho visto che ha già suscitato discussioni qua e là sulla rete e mi pare un bene non solo per le fortune del libro, che credo saranno tali se al progetto umano farà riscontro scrittura nel tempo, e oltre il tempo. Il mio punto di osservazione è molto utilitaristico e può basarsi su quello che leggo nel libro e vedo attorno ad esso, non può basarsi su dinamiche e su aspettative, le vostre, che conosco sommariamente. 

Anzitutto il tuo testo preliminare, manifesto o proclama o totem, più che dichiarazione di poetica, è  sostanzialmente lo stesso che hai postato a suo tempo nel tuo blog  (meno cruento, però, e sfumato qua e là) e che finì per tirarti addosso accuse di protofascismo mie e di Marco Lodoli, reazione ad azione. La versione sul libro è meno aggressiva e chiama una reazione meno viscerale. 

Nel merito scrivi che: "nessuno, dal Mitomodernismo ad oggi, ha azzardato possibili linee autonome, forti e originali, di tendenza, o individuato drappelli di sodali pronti a battersi per risollevare le sorti della nostra cultura", e comincio a chiedermi che significhi battersi, fin dove cioè si spingerà la (vostra) lotta e chi ti seguirà quando parli per le tue dieci voci sodali di: "medesimo spirito che le guida, che le ha indotte a riunirsi in cenacolo" (notevolmente diverso e meno preoccupante, tra l'altro, dalla prima versione sul tuo blog che diceva: "medesimo spirito guida"). E ancora: "questi autori ambiscono ad una atemporalità o, meglio, ad una meta-temporalità dell’esistere e dello scrivere"...che dovrebbe caratterizzarsi in..."un certo lirismo di stampo naturalista", e qui comincio a capirci qualcosa perlomeno come mood di riferimento che si oppone a "strutturalismi", "sterili e temporalmente datate teorizzazioni formali portate avanti (e sono già quarant’anni) dagli appartenenti al Gruppo ’63", "qualsiasi forma di sperimentazione spesso mutuata (con anni e anni di ritardo) da esperienze d’oltreoceano" etc.  Scrivi poi che Paolo Lagazzi ti considera da sempre: "propugnatore di una meta-avanguardia", e dovremmo essere quindi parenti, seppur alla lontana, anche quando ti appelli ad un insieme di saperi sostanzialmente condivisi dall'essere figli di una stessa storia: "( tutti gli aspetti della tradizione alla quale apparteniamo... prima quella italiana, quindi quella europea)". Le differenze, fra noi, iniziano quando precisi il ruolo che vi siete scelti, quello "del monaco", allo scopo di: "raggiungere una purificazione, esistenzial-filosofico-letteraria, che possa permetterci di ricongiungerci con un assoluto-origine incontaminato/a"; ho ripreso dal tuo blog e non dal libro,  perché fra assoluto e origine passa una certa differenza, e nel libro parli solo di: "origine incontaminata", hai abbandonato l'assoluto. Ma non è qui il punto, quanto invece nella modalità scelta per la missione: "concentrati, sempre attenti, lettori persistenti (i tuoi sodali) vivono una sorta di austerità dovuta alla negazione del desiderio, allo studio e alla concentrazione". Proposito coraggioso e severo, oltre che autolimitativo, troppo per me,  ma posso capire che il talento di ognuno dovrebbe portare in questa direzione, o forse questo ti auguri?  Scopo della missione: "il superamento della Morte", per cui: "il passaggio dal monaco alla figura dell’alchimista è breve". Caro amico,  mi permetti del sano scetticismo? Vuoi farmi credere che vi riunite a mescolare sostanze in cerca dell'elisir di Vita Eterna? Con le parole, solo con le parole, a quanto mirate non ci si arriva, nessuno ci è mai arrivato. Da qui continui con: "Mutazione dopo mutazione il tempo scorre, ma non per chi immerso in un metatempo"... e mi fermo io, sono forse meta-avanguardista ma pur scientista, così che le formule magiche non rientrano nel mio osservabile attuale, esistano o meno. Quindi mi fermo: il resto della strada è una non strada, un sogno, un mantra, un auspicio o un delirio di cui, alla luce del sole-ragione non colgo nulla (e Dio si dice Verbo, poi Pensiero o Amore, ma non sono io l'illuminato, quindi taccio).

 

Veniamo ai tuoi 10 monaci/sodali. Cerco di capire quali e come potrebbero essere buoni monaci.

 

Danni Antonello mi pare già su una strada, la sua: "Lacrima sei, sangue di Dio / sul mondo, poeta impiccato", in una serie di poesie mistico-masochiste nelle quali colgo motivi di allarme per l'incolumità dell'io poetante. 

Luca Ariano sarebbe un novizio, di quelli teneri e ancora puri di cuore: "Scarpe rotte a conquistare / la rossa primavera", fa dire ad un Danton: "dietro un esile sguardo di baffi. / Pensa: anche questa volta è andata". 

Alessandro Berton è il più cupo: "Dove i brandelli staccati / Si posano e diventano / Fango, la luce tace. / Nessuna terra per depositare / I resti, i lumi non avranno / notti per splendere" e parla già di testamento. 

Davide Brullo sarà l'invasato, o egli stesso figlio: "...e noi che siamo un grumo un globo di carne un seme che la luce leviga / e spinge i raggi toccabili contro le pareti / verso ciò che splende verso ciò che non si corrompe..." 

Francesco Camerini appare panico e, forse, il vero profeta: "Renditi a noi / allo svariare fortuito / e meticoloso / dello stormo; / a noi che siamo / manate di semi / contro i solchi dei cieli.

Rino Cavasino è certamente il fidato, giusto e acuto il necessario, l'unico alchimista: "Trùbbula assumma negghia sciluccali / ri lattumi, ri quagghiatu spacchimi." Me lo terrei amico. 

Sebastiano Gatto lo rivedo qui, un po' strano come monaco, direi più un agiato viandante aggregato per un tratto di strada comune: "L'Andate in pace dispensa i randagi; / qualcuno si ostina fino all'interro." 

Luca Nannipieri mostra Spirito, mi chiedo se i suoi versi siano un capolavoro, involontario: "Sei morta spalancando la bocca / nonna / due tre volte hai allargato la mascella / e ti sei fermata // a fianco ti tenevo stretta la mano." 

Andrea Ponso è l'amanuense, consapevole e lavorato da una naturalità che era stata panica: "Raccontare una storia è rovinare un tessuto, gualcire la camicia con un sangue che cola già raggrumato, vecchio come i mai nati, deposto." 

Salvatore Scafiti rappresenta la sostanza dura e vigorosa: "A Sciacca, l'undici agosto del 1536, nacque un bambino con tre teste, tre petti, sei braccia e sei piedi; succhiava con le tre bocche il latte, e con le stesse mangiava." 

 

Per concludere: non è tempo di bilanci, essendo l'aggregazione appena nata e da vedersi nelle intemperie e nei momenti duri. A te toccherà soprattutto affinarne la voce, l'alchimia sarebbe riuscire ad intonare un unico coro (all'Assoluto), obiettivo vanamente perseguito, da che mondo è mondo, da re, vassalli e gente comune. Di certo io non ho perso tempo nel leggere il libro e nello scrivere questa nota, e seguirò l'evolversi. Auguri. 

 

 Giuseppe Cornacchia

 



sabato, 01 gennaio 2005

(Appunti di lettura su Oltre il tempo. 11 poeti per una metavanguardia, a cura di Gian Ruggero Manzoni, Diabasis, Reggio Emilia 2004) – testi di: Danni Antonello, Andrea Ponso, Alessandro Berton, Rino Cavasino, Luca Nannipieri, Francesco Camerini, Davide Brullo, Luca Ariano, Salvatore Scafiti e Sebastiano Gatto.

 


1

Chi scrive sui contemporanei-coetanei si espone a più rischi: l’apparente ingenerosità, l’eccesso di passione o di disinteresse, la mancanza di orecchio per le nuove forme del ‘nuovo’ in statu nascenti, la trasformazione dell’amico in punto di riferimento artistico, del nemico in bersaglio. Sempre a fronte e a fianco di un oggetto di nicchia come la poesia che non è canzone: con aspetti polemici che si sono visti tutti, soprattutto nella seconda metà del 2004 e nei testi dei poeti e/o dei bloggers. Purché pólemos non distrugga anche chi/quello che non merita di essere distrutto, se non altro perché non ha combattuto o non ha capìto che fuori c’era una guerra intellettuale. Ci si può porre, inconsapevolmente, tra le forze che resistono al tramonto dell’Europa e ne ostacolano il compimento (cfr. Massimo Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, Adelphi, Milano 2002: in particolare l’Epilogo, in cui si dice che saper corrispondere al tramonto è il problema più grande, e ci coinvolge).

L’antologia di Gian Ruggero Manzoni è evidentemente un oggetto polemico: nel senso che nasce polemicamente e ha la funzione di uno skándalon. Un certo tipo di lettore inciampa nella pietra e inizia a porsi domande: sia intorno al genere metaletterario dell’antologia sia intorno alla coerenza dell’insieme con l’introduzione teorica di Manzoni. Il fatto è che leggendo questo libro, sezionandolo e ricostruendolo, è possibile provare (io ho provato) una sorta di disperazione intellettuale: sia come reazione alla qualità di alcuni testi sia nella forma di un dubbio sulla propria (la mia) capacità di ascoltare/capire/amare queste voci; sia – ed è la cosa più importante, dal punto di vista della fede – perché non c’è più tempo, e questo fa paura.

 

2

Essere nella condizione, inevitabilmente autoproclamata, di una metavanguardia significa porsi oltre, secondo il prefisso greco: “perché questi autori ambiscono ad una atemporalità o, meglio, ad una meta-temporalità dell’esistere e dello scrivere che”, secondo Manzoni, “incarna la levatura più alta del fare in arte e in letteratura” (p. 8). Come si può essere corpi ed essere a- o meta-temporali? Semplicemente, e misticamente, essendo entrambe le cose; ostentando la corporalità e il peso, anche piangente e patiens, di “carne e sangue”, e contemporaneamente situandosi in uno spazio contemplativo. È questo, a titolo di ipotesi, il solo modo di tenere insieme, come padri, “Lucrezio, Francesco d’Assisi, Dante, Ficino, Leopardi, Campana, Caproni, Bertolucci, Testori” (p. 9): cioè contemporaneamente e oltre il tempo i teologi e gli ateologi, i contemplativi e i materialisti, i puri folli come Campana e i moderati come Bertolucci, gli adoratori del disincarnato (Dante, Ficino) e i profeti dell’Incarnazione, come Testori. Più chiaramente, a p. 11: “Da ciò una Metavanguardia in cui tutte le nostre tradizioni (tutti gli aspetti della tradizione alla quale apparteniamo… prima quella italiana, quindi quella europea) trovano collocazione e convivono insieme, da quella orale a quella esoterica, da quella partorita da una società agreste a quella fuoriuscita dalle ciminere della società industriale, da quella poggiante sul mito e sulla superstizione a quella dovuta al più insanabile nichilismo…”, ecc.

Più che un engagement politicizzabile in qualche modo, qui si mostra una volontà teologica ed escatologica. Se “alla fine dei tempi il demone si ricongiungerà al Padre perché avrà esplicato per intero il compito al quale si era votato e che il Padre, scacciandolo, gli aveva assegnato” (apocrifo cristiano, cit. a p. 14), è chiaro che questa vera e proprio coniunctio oppositorum – il monaco-alchimista (p. 13) – vale per due motivi: come speranza di palingenesi e “non altro che risurrezione” (p. 14) e, drammaticamente (ed è uno dei motivi della disperazione, leggendo), come ipotesi di lavoro per la ‘progettazione’ di una Fine del mondo. Sapendo, per fede, che una fine del mondo è stata promessa, e conoscendo per fede e per tradizione che alla fine si associano determinati sintomi, e che la coniunctio gnostica potrebbe essere una primizia della distruzione-rinascita – è ‘possibile’ operare concretamente per “affrontare l’oscuro” (p. 13), stimolandone la fuoriuscita definitiva, anche a partire da noi (“Pretendere nella stessa mano che ci sfiora l’assassino e il compagno, e avere la forza di essere altrettanto”: Andrea Ponso, p. 108). Anche se alcuni testi possono autorizzare una visione del genere, è impressionante trovare un Cristianesimo della fede e della speranza, privo quell’agápe che, sempre scritturisticamente, è Dio.

 

3

Quindi: salvaguardare i valori, più che la bellezza dei testi. Dove la fine è auspicabile e auspicata, la bellezza è un ostacolo e la rosa è “sepolta per troppa / Bellezza” (Ponso, p. 109). Allo stesso modo, la bellezza è stata sepolta perché ha voluto essere rosa, assurgendo ad icona, così come le viole hanno la colpa di “infettare il campo nel loro colore” (p. 110), mostrandosi. Una quasi assoluta chiarezza del dettato, dove nulla è stilisticamente allusivo o ‘chiuso’, dice con forza che qui la lotta poetica non si svolge più con le poesie scritte. Le poesie non sono più fondamentali, di fatto: i testi sono la conditio sine qua non per potersi accreditare come poeti, non l’effetto di una tensione alla poesia. Di conseguenza, una filologia rigorosa sui nuovi testi dei nuovi non è più né desiderabile né benedetta, perché (di)mostra o debolezze testuali-culturali o incongruità rispetto ai progetti e alla visibilità raggiunta; soprattutto, questa filologia sui giovani commetterebbe il peccato di dare il primo posto (l’attenzione) a ciò che è secondario (i testi). Oggi non ha più senso parlare di metrica, retorica, fonti, lessico, se lo scopo non è più produrre poesia ma idee salvabili e degne. Il dubbio che disturbava Marco Merlin (Proselitismi, nel weblog del sito www.atelierpoesia.it) riguardava proprio la coerenza dell’insieme dei monaci-alchimisti: dimostrando di ragionare correttamente, ma secondo princìpi più adatti ad un’antologia accademica e non carismatica. Qui quei princìpi non ci sono, semplicemente: la morale antiaccademica del libro consiste nel porsi come un’arca di valori, più che di persone, pre-apocalittici. Questo significa che Manzoni raccoglie questi giovani in quanto sono l’ultima generazione intellettuale prima della fine: uomini in cui “la mente non sorpassa il segno né lo anticipa” (Davide Brullo, p. 57) e la mente è “di pietra” (Ponso, p. 111, con un possibile rimando all’Inno alla morte di Ungaretti).

Per inciso: la vita durissima di Manzoni (cfr., tra i suoi libri, L'evento, Mobydick, Faenza 1997, p. 11; e l'intero Tango croato. La parola data, Campanotto, Pasian di Prato 2001) non è paragonabile a quella di chi a 25 o 30 anni studia e riceve il dolore soprattutto dall’interno (me compreso: prima di un passaggio doloroso che è stato anche un’uscita da un più o meno possibile cursus honorum universitario: dopo la quale è iniziato il lavoro, quotidiano e normalissimo). Tanto è vero che Manzoni non cita, nella propria nota biobibliografica, né titoli di studio né incarichi accademici. Io (nato nel 1973) non posso capire Ettore Baraldi (nato nel 1931), che iniziò a scrivere nel dialetto di Fòssoli perché non sapeva l’italiano. Se il progetto culturale nasce tra diversità insormontabili è a prezzo di una mediazione, quindi: che nel caso del rapporto tra Manzoni e i giovani è meta- e orientata verso una Fine universale.

Cristianamente, ognuno di questi giovani è un individuo non paragonabile agli altri. Quindi solo tre cose possono creare un’ipotesi di arca collettiva: l’intenzione meta- (che prescinde dai testi), i titoli di studio (nelle note biobibliografiche colpisce il fatto che otto autori su undici parlino dei propri studi, in fieri o finiti), il fatto di possedere un corpo. E il vero principium individuationis e di consolidamento comunitario è il possesso di un corpo.

 

4

“Corpo come natura, natura come corpo” (Rino Cavasino, p. 75). “… quando affilata era / la lama e netta la ferita” (Danni Antonello, p. 21). “La poesia mi ammala da quando avevo circa sedici anni. […] ho una predilezione per le catastrofi (le trovo molto attraenti, per la portata distruttiva che impongono, come una punizione all’umanità, ma questa forse era già un’idea di Yeats)” (Francesco Camerini, p. 63). Il corpo ‘marca’ l’individuo: se soffre muore e se muore si salva. È più facile imitare il Cristo riconoscendosi come corpi patientes (“la passione chiede carne”: Salvatore Scafiti, p. 120) che seguirLo in ciò che nel Figlio dell’Uomo è grande: l’umiltà, la povertà, la sottomissione al Padre nostro, l’amore che ama tutto senza selezionare cose “molto attraenti”. Francesco d’Assisi è uno dei punti di riferimento (p. 9): non tanto – si può immaginare – per quello che ha scritto (le Laudes creaturarum sono un canto creaturale: non apocalittico e non cristologico) quanto per la sua diversità sociale e la macerazione del corpo stigmatizzato. Mentre Francesco è, anche, e forse prima di tutto, un servo della Parola, della domina Povertà e di Dio.

 

5

Uno spoglio del lessico fisiologico del libro dà risultati impressionanti, che anche nello schema conoscitivo che segue (e che esclude il lemma corpo, enormemente diffuso, e le iterazioni dello stesso lemma nella stessa pagina) cooperano al segno pasquale di “carne e sangue”. Una possibile integrazione, da verificare ma interessante, al campo semantico del corpo viene dalle variazioni sul tema del pungere (ago, punta, siringa, spillo, spina, spino) delle pp. 34, 43, 44, 68, 82, 91, 92, 108, 110 (e cfr. a p. 122 la grandine “acuminata come un rasoio” di Scafiti, da paragonare con la rondine-grandine di Ponso a p. 109). È quello che Salvatore Scafiti, a p. 119, chiama “museo del dolore” fisico, che si svolge “tra il massacro e l’amanuense” (Ponso, pp. 107-108). Dunque la coppia carne-sangue è il Leitmotiv lessicale di Oltre il tempo; e quasi ogni parte del corpo ha almeno un’occorrenza:

 

Addome 81

Arto 41

Arteria 23

Bacino 81

Baffi 32

Bocca 25, 36, 91, 93, 99, 102

Braccio 22, 110, 112

Capillare 82

Carne 8, 25, 34, 51, 68, 77, 78, 79, 89, 107, 109, 113, 119, 120

Caviglia 87

Collo 78

Coscia 37, 82

Cranio 38, 45, 78, 99, 112

Dente 91, 112

Dito 44, 70, 78, 100, 107

Femore 78

Gamba 36, 41, 43

Ginocchio 78, 82

Gola 51, 91, 92

Gomito 38

Guancia 78

Inguine 109

Iride 82

Labbra 38, 69, 110

Mano 50, 60, 78, 102, 109, 110, 111

Mascella 102

Mestruo 82

Naso 99

Occhio 21, 23, 44, 50, 58, 59, 60, 67, 68, 78, 83, 92, 98, 101, 120

Orecchio 110, 117

Osso 21, 53, 79, 93, 109

Palpebra 32, 113

Pelle 75

Petto 31, 98, 100

Piede 44, 69

Placenta 68, 71

Polmone 38

Polpaccio 38

Polso 22, 111

Pupilla 43, 82

Rene 81, 117

Sangue 8, 23, 24, 36, 41, 82, 107, 110, 111, 112, 113, 121. V. anche mestruo

Schiena 81

Spalla 37

Stinchi 69

Stomaco 92, 108, 117

Torace 81

Unghia 34, 70, 89

Vena 24, 45, 71,83, 109

Ventre 108, 113

Viscere 93

Zigomo 34

 

Il fatto che carne, sangue e morte si saldino in una fede (grande e sincera) nel “martirio, come ultimo passaggio per la rinascita, tagliato il velo della tenebra” (Manzoni, p. 13), implica la presenza, se non la necessità, di un Cristianesimo più templare (ed esoterico) che francescano (ed essoterico). Ma il lettore che non vuole far coincidere il desiderio (giusto) di palingenesi e riscatto con il Progetto sacro di “cieli nuovi e terra nuova” atterrisce, come se qualcosa mancasse: la coerenza, la sincerità, la passione ci sono; la Carità non c’è. Qui ho cercato di analizzare Oltre il tempo secondo la sua stessa volontà di incarnare idee: non dal punto di vista della riuscita formale, che non è il suo primo pensiero. Lo dimostrano almeno due fatti: alcune sgrammaticature, passim, e il fatto, ovvio ma drammatico per il lettore-umanista, che per questi autori è tutto finito. Qui la lingua è media, e Montale (ad esempio, da un lato) e Sanguineti (ad esempio, dall’altro) non sono più nulla: né modelli, né punti di riferimento, né idola da abbattere. Tutto è già stato, quindi non è, e il resto si pone “oltre il tempo”: “sicuramente non un inno alla classicità, ma questo è il mio testamento, vorrei venisse pubblicato così” (Alessandro Berton, p. 41). Così il lettore-umanista e il lettore-cristiano, per il quale Dio è agápe, sentono sùbito una sottrazione, che non è indolore: quello che qui manca è, per il lettore nel tempo, una parte della propria vita e del proprio mondo. Allora vorrebbe correre a disseppellire la rosa…

 

MASSIMO SANNELLI

 


 




venerdì, 31 dicembre 2004


Viene difficile dire qualcosa che non sia già stato detto in questi giorni sull’antologia-manifesto curata/o da Gian Ruggero Manzoni, mi permetto allora di percorrere una nuova via di analisi che riprende nel contempo un senso che già altrove ho espresso. Ribadita la centralità di Manzoni nell’opera che col suo incipit si rivela talmente “forte” a livello di programmatica poetica da rendere consequenzialmente liberi i poeti inseriti di non ritrovarsi se non nelle linee più ampie e generali nella visione di Manzoni, ecco affacciarsi forse il vero punto. È stato detto altrove che questa antologia percorre un’unica generazione, quella dei cosiddetti Settanta. Nella realtà, ad un occhio attento ed allenato, appare subito evidente una stonatura nella frase di cui sopra: la differenza sostanziale, cioè tra gruppi di autori, divisi certo anagraficamente solo da pochi anni, ma davvero dissimili nel testo. Il nucleo del libro, i testi più significativi, provengono da due autori già inseriti ne "L’opera comune" del 1999, Andrea Ponso e Sebastiano Gatto. Fra i due certo è Ponso il vero faro del libro, una certezza, annotavo durante la lettura, passata dalle realtà critiche più diverse: appunto Ladolfi ne "L’Opera Comune", Santagostini e Cucchi ne "I Poeti di 20 anni" poi nella "Nuovissima Poesia Italiana" sempre di Cucchi e Riccardi e infine approdato da Manzoni, non per “savoire faire”, ma per concretezza di scrittura: lui, Ponso, Gezzi ecc., sono davvero la punta della generazione poetica dei Settanta. "Vorrei aspettare il mattino, rinviare l’oscuro sentiero / Che piano germoglia di spine lenzuola piegate / Spiare l’ordine fresco la rondine che si fa grandine / Cogliere senza alcuna ironia il tuo grido che cresce / E felice trapassa le ossa, fino all’acqua / Rovesciata di corsa, la rosa sepolta per troppa / Bellezza: e dirti lo strazio di adesso, // La camicia del suicida appena tolta" (Ponso). Ma possiamo paragonare questo testo, affiancarlo a quelli di Ariano, di Brullo, di Nannipieri ? Non solo per compiutezza, intendo, pochi anni anagrafici in poesia si rivelano, infatti, essere numeri enormi per i giovani, e nel contempo scommettere sui giovanissimi è un poco come andare a vedere una partita di calcio dei pulcini e scommettere su chi, di loro, sarà il nuovo Baresi o il nuovo Platini... In realtà è cambiato, si nota, si vede bene, il “modo” della poesia. E in questo pone l’accento il libro di Manzoni che si può intendere anche in maniera geometrica. Manzoni si pone infatti come punto centrale di due cerchi concentrici, i poeti del Settanta e i poeti della generazione successiva,i 'nuovissimi', infatti quello che egli fa, con questa antologia, è il tracciare una semiretta che si va ad intersecare coi due cerchi (...avrebbe potuto farlo anche con altri ulteriori cerchi concentrici, Davoli si è detto, ad esempio. ecc...) generazionali in cui si possono racchiudere gli autori, ma si capisce bene che i cerchi sono due, ed è questo il punto fondamentale, perché tenuti saldi i parametri base che Manzoni pone nel suo scritto introduttivo, la vera variabile la fa, appunto, l’evoluzione del testo "[...] perché l’acqua è più luminosa del fuoco / e il fiume è la scia permanente della torcia / attorno all’acqua il re innalzava miriadi di città / così che i morti senza attesa tornassero alle loro abitazioni [...]" (come in questo caso in Brullo) che diventa discorso, che si sporca, senza però perdere tutte le conquiste, tutto il lavoro fatto dai fratelli maggiori, un testo che come in Nannipieri funziona molto bene nei passaggi di prosa poetica e molto meno negli altri, a sancire un’evoluzione che ho già detto altrove trova in Desiati (che invece è incluso nell’ultima antologia di Mondadori) il proprio spartiacque e che ha tutti i numeri per portare ad una nuova ulteriore e valida generazione di giovani autori nel panorama della poesia italiana.

MATTEO FANTUZZI